HomeCosenza CalcioLo Stallo: Cosenza e l’antropologia del deserto

Lo Stallo: Cosenza e l’antropologia del deserto

Dietro i cancelli chiusi del "Marulla" e le conferenze stampa disertate, si consuma il dramma di una città prigioniera dei suoi stessi vizi. Non è solo calcio: è il riflesso di un’economia non libera e di una diplomazia ruffiana che ha trasformato la passione in un contenzioso tributario.

C’è un silenzio che fa più rumore dei cori della Curva Sud, ed è quello che avvolge Viale Magna Grecia in questo febbraio di gelo sociale. Lo definisco “Lo Stallo”. Non è una semplice crisi di risultati, né la solita contestazione a un presidente poco amato. È una condizione esistenziale che ha radici profonde nel cemento della città, un triangolo delle Bermuda dove ambizioni sportive, istituzioni politiche e società civile si annullano a vicenda in un’inerzia calcolata.

L’intimità del soliloquio

Il punto di rottura ha un’immagine plastica: la sala stampa dello stadio “Gigi Marulla”. Da una parte Antonio Buscè, un allenatore trasformato in parafulmine, che parla di “palati fini” e “mazzate psicologiche” a una platea di sedie vuote. Dall’altra, una stampa locale che ha scelto l’esilio volontario, rifiutandosi di partecipare a quello che abbiamo definito il “confessionale in stile Corea del Nord”.

In questa “intimità” forzata, il Mister recita un copione scritto da altri, chiedendo scusa a un pubblico che non lo ascolta più. È la solitudine dell’arciere senza frecce, mandato sulla linea di tiro da una società che ha incassato due milioni di euro dal mercato e contesta i debiti da saldare con il Comune che a quanto appare aveva calcolato male (sic!)

La genitura di un vizio locale

Ma ridurre tutto alla figura di Eugenio Guarascio sarebbe un esercizio di analisi troppo pigro. Lo Stallo di Cosenza è, come suggerito da osservatori attenti della dinamica sociale bruzia, una “genitura culturale”. Il vizio di non pagare i dipendenti o di galleggiare nel torbido delle ingiunzioni fiscali non è un’invenzione del patron rossoblù; è il riflesso di un’economia locale che non è mai stata realmente libera.

A Cosenza la cultura del lavoro è spesso sussultoria, legata a logiche di dipendenza che soffocano il merito. Il club è diventato lo specchio fedele di questa realtà: una gestione al risparmio che scommette sull’inesperienza dei giovani (riassemblati all’ultimo minuto) per proteggere un bilancio che serve solo a se stesso. La “diplomazia ruffiana” del cosentino medio, quel desiderio di non rompere mai definitivamente col potere, ha permesso a questo sistema di incancrenirsi per anni.

La guerriglia delle carte bollate

Oggi lo Stallo si sposta dai campi d’erba alle aule di tribunale. Mentre il sindaco Franz Caruso minaccia la revoca della concessione dello stadio — un atto politico tardivo, invocato per placare una piazza in fiamme — la società risponde con un cinismo legale impeccabile. La sospensione dell’ingiunzione fiscale da 500mila euro è il capolavoro tattico dello Stallo: finché la burocrazia del Comune sarà lenta e fallace (con errori di calcolo che sfiorano il 60%), il “re” resterà al suo posto.

Il sindaco convoca venerdì i tifosi e la stampa, cercando una sponda popolare per aggirare l’ostacolo legale. È un tentativo di “commissariamento sociale” di un club che ha perso ogni riconoscimento morale. Ma il rischio è che sia l’ennesimo atto burocratico di una città che protesta con lentezza, rassegnata a un destino di mediocrità programmata.

Il record del vuoto

Stasera contro il Siracusa andrà in scena il record negativo di presenze. Il “Marulla” sarà un guscio vuoto, un monumento allo stallo. Non è più diserzione, è un’estraniazione di massa. Cosenza ha smesso di guardare il campo per guardarsi dentro, scoprendo che la ruffianeria diplomatica di ieri ha generato il deserto di oggi.

Buscè scoccherà la sua ultima freccia nel buio. Ma in una città dove l’economia è bloccata e la politica è un gioco di specchi, la vera partita non è quella per i play-off. È la lotta per uscire dallo Stallo, prima che il silenzio diventi l’unica lingua parlata in via degli Stadi.

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