Il silenzio come metodo: cronaca di una proprietà che non parla
C’è una parola che, più di ogni risultato sportivo, racconta gli ultimi anni del Cosenza Calcio: silenzio. Non il silenzio di chi sceglie la sobrietà, ma quello di chi ha trasformato l’assenza in strategia. Una proprietà arroccata, che non spiega, non smentisce, non rassicura, e che lascia la città a nutrirsi di indiscrezioni, voci di corridoio e ricostruzioni di seconda mano. In un’epoca in cui qualunque microrealtà comunica in tempo reale, il club di una città capoluogo ha scelto la via opposta: il muro.
L’imbarazzo dei cronisti
E allora va detto con chiarezza, prima di ogni altra cosa: questa volta i giornalisti non sono colpevoli. Anzi, vivono un imbarazzo che andrebbe compreso e non rinfacciato. Perché un cronista può fare il proprio mestiere solo se ha qualcosa da verificare: una dichiarazione, un documento, una fonte che mette la faccia su ciò che dice. Quando tutto questo manca, quando la proprietà si chiude e non concede uno straccio di comunicazione ufficiale, al giornalista resta una sola, scomoda alternativa: tirare a indovinare. Leggere nella sfera di cristallo. Provare a ricostruire un puzzle a cui qualcuno, deliberatamente, ha tolto metà dei pezzi.
Per questo la popolazione e la tifoseria dovrebbero essere clementi con chi racconta. Le imprecisioni, le notizie che si rincorrono e si smentiscono, gli annunci di firme che poi non arrivano, non nascono dalla pigrizia o dalla malafede di chi scrive. Nascono dal vuoto. E il vuoto non lo crea chi lo riempie come può: lo crea chi avrebbe il dovere di colmarlo e sceglie invece di tacere. Prendersela con i cronisti, in questo caso, significa sbagliare bersaglio. Il bersaglio è chi ha trasformato il silenzio in metodo, scaricando poi sugli altri il caos che quel silenzio genera.
Una trattativa fantasma
Il caso più emblematico è quello della cessione. Da mesi si parla del passaggio del club a un gruppo di imprenditori italo-canadesi. Da mesi l’accordo è descritto come “a un passo”, “questione di ore”, “manca solo la firma”. E da mesi, puntualmente, la firma non arriva. Le cronache raccontano di incontri tesi, di un presidente che avrebbe insistito per restare in società con una quota di minoranza, di ultimatum incassati e di tensioni perfino dentro la famiglia, con la sorella e il figlio descritti come favorevoli a chiudere e cedere. Tutto questo filtra dall’esterno, mai dall’interno. La società tace mentre il proprio futuro si decide nei retroscena. E i giornalisti, ancora una volta, sono costretti a inseguire ombre.
Nel frattempo il calendario non concede sconti. Le scadenze federali per l’iscrizione al campionato e per il nulla osta sullo stadio incombono, mentre il club resta sospeso in un limbo che nessuno ha il coraggio di sciogliere pubblicamente. Una piazza adulta avrebbe diritto a sapere se la propria squadra sarà iscritta, da chi sarà gestita, con quali ambizioni. Riceve invece il rumore di fondo del “non detto”.
La parola usata come arma
Le rare volte in cui il vertice ha rotto il silenzio, lo ha fatto nel modo peggiore. La lettera aperta diffusa nella primavera scorsa — affidata prima a un quotidiano e poi ai social del club dopo mesi di mutismo — è stata un esercizio di rovesciamento della realtà: invece di rendere conto, ha rivendicato; invece di aprire, ha accusato. Il presidente vi descriveva un clima “inverosimile” attorno alla propria persona, parlava di pressioni a cui non avrebbe ceduto e rovesciava sulla tifoseria la responsabilità degli spalti vuoti. Una comunicazione che arriva solo per difendersi, e che quando arriva sceglie il vittimismo, non è dialogo: è un monologo travestito da apertura.
Perché il punto è proprio questo. Comunicare non significa parlare di sé quando si è messi all’angolo. Significa informare con continuità chi ti dà fiducia — e, nel calcio, chi ti dà fiducia sono i tifosi che riempiono (o disertano) uno stadio, che pagano un abbonamento, che fanno della squadra un pezzo di identità collettiva. Tenerli all’oscuro non è prudenza: è un atto di disprezzo verso una città.
Il diritto a sapere
Una società trasparente non avrebbe difficoltà a dire le cose come stanno: vendo, resto, tratto, mi fermo. La trasparenza costa poco e rende molto, perché spegne le illazioni invece di alimentarle. Il silenzio fa l’esatto contrario: crea il vuoto in cui prosperano sospetti e veleni, e poi se ne lamenta come se fossero piovuti dal cielo. È in quel vuoto che i cronisti sono costretti a lavorare, ed è per quel vuoto, non per loro responsabilità, che a volte sbagliano.
Quindici anni di gestione si chiudono — o forse no, nessuno lo dice con certezza — nell’opacità più totale. E mentre la proprietà gioca a nascondino con la propria città, resta in piedi una sola domanda, semplice e legittima: perché chi dovrebbe parlare continua a comportarsi come un fantasma? La risposta, naturalmente, non arriverà. Anche questa è una forma di risposta.

