HomeCalcio e Finanza«Cosenza non ha appeal»: la frase del 2019 che spiega tutto

«Cosenza non ha appeal»: la frase del 2019 che spiega tutto

Riavvolgiamo il nastro al 2019: la gaffe di Trinchera sull'"appeal" del Cosenza svela il metodo di sempre. Spostare l'attenzione dal vero problema. Come oggi.

Per capire il presente, a volte, basta riavvolgere il nastro. E tornare a una frase del 2019 che, ancora oggi, fa ribollire il sangue ai tifosi.

Estate calda, mercato deludente, piazza in subbuglio. Cosa fa la società di Guarascio? Manda il direttore sportivo di allora, Stefano Trinchera, davanti ai microfoni a spegnere l’incendio. E lui, nella fossa dei leoni, se ne esce con la perla: “Cosenza non è una piazza ambita”, non ha “appeal”. Traduzione: i giocatori non vogliono venire qui.

Apriti cielo. Ma la cosa più interessante non furono le proteste. Fu la lucidità con cui i tifosi smontarono la frase: il problema non era la città, era chi non metteva i soldi. Niente investimenti, nessun progetto serio, strutture inadeguate. E soprattutto colsero il trucco al volo: quella dichiarazione serviva a distogliere l’attenzione dal vero problema.

Ecco il punto. Trinchera, quel giorno, fu solo il parafulmine. Spedito a prendersi i fischi e a scaricare la colpa sulla piazza, mentre il nodo vero — il portafoglio chiuso — restava comodamente in ombra. Dai la colpa a Cosenza, e nessuno guarda altrove.

E la storia, poi, gli ha dato torto due volte. Trinchera tornò a Lecce, dove si è detto gratificato e ha rivendicato di aver portato gente come Tutino, Riviere e Asencio. Sulla mancata conferma a Cosenza? “Non chiedete a me, non conosco la lettura di Guarascio”. Insomma: l'”appeal” non c’entrava un fico secco.

E qui arriva il bello. Perché quella del 2019 è la fotocopia di ciò che vediamo oggi. Cambia il pretesto, non il metodo. Allora era “Cosenza non ha appeal”, colpa della piazza. Oggi è il circo sulla cessione: offerte, smentite, aziende che si tirano fuori, fumo a getto continuo. A nostro giudizio — e resta una lettura, non una sentenza — la logica è sempre la stessa: di fronte ai problemi, non si risolve. Si costruisce una narrazione per spostare l’attenzione altrove.

Sette anni dopo, il copione non è cambiato di una virgola. Il parafulmine di turno, la frase ad effetto, e i tifosi lasciati a prendersela con il fantasma sbagliato.

La domanda, allora, è una sola: quante volte ci dobbiamo cascare ancora?

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