C’è una tribù, nel popolo rossoblù. Non sono quelli che difendono l’attuale proprietà, non è il tifoso organizzato che macina Km con le scarpe bagnate e che ha fatto del Cosenza una fede militante. Non sono nemmeno quelli che sognano di rimboccarsi le maniche e “comprarsi una squadra” e ripartire dal basso. Sono i tifosi del deus ex machina. Quelli che aspettano. Lo sceicco. Il fondo americano. Il miliardario illuminato che un giorno, calando dal cielo come Superman, comprerà il Cosenza, lo riempirà di milioni e lo porterà in Champions. Magari, gentilmente, costruendo pure un campo da golf per i tifosi. Aspettano una “cordata” un MESSIA che arriva e come in una favola risolve la situazione e magari costruisce una Dubai sul Crati…
È la categoria più simpatica e, allo stesso tempo, la più dannosa di tutte. Perché mentre sogna, lavora — involontariamente — per chi vuole che tutto resti esattamente com’è.
La sindrome dello “Messia”
In psicologia spicciola da curva la chiameremmo “sindrome dello MESSIA”: l’attesa del gancio dal cielo. Il salvatore esterno che risolve i problemi al posto nostro, così non dobbiamo affrontarli noi. È comodissimo, perché non chiede nulla: non un euro, non una battaglia, non una responsabilità. Basta aspettare, condividere il post giusto, e ripetere il mantra: “vedrai che arriva qualcuno”.
Il problema è che il nume tutelare non arriva mai. E nell’attesa succede una cosa precisa: si alimenta un flusso continuo di voci, indiscrezioni, cordate fantasma, emissari misteriosi. Ogni mese spunta il fondo del Qatar, il gruppo di italo-americani, il consorzio canadese, l’imprenditore che “ha già pronti i milioni”. Notizie che si gonfiano, rimbalzano, eccitano la piazza per qualche giorno e poi si sgonfiano nel nulla. Puntualmente.
Diciamolo chiaro: Cosenza non è l’ombelico del mondo
E qui arriva la secchiata d’acqua gelata che nessuno vuole sentirsi dire. Cosenza non è l’ombelico del mondo. Non c’è nessuna fila di sceicchi arabi o di magnati canadesi davanti alla sede del club, con il libretto degli assegni in mano, che si contendono il privilegio di comprare i Lupi. Non esiste. È una fantasia consolatoria, una favola che ci raccontiamo per non guardare la realtà.
Perché la realtà, per quanto faccia male all’orgoglio, è semplice: per i grandi capitali internazionali una città di provincia del Sud Italia è, nella migliore delle ipotesi, una scelta tra le tante, e quasi mai la prima. Gli sceicchi e i fondi non comprano squadre per amore di una geografia o per la bellezza di un tifo. Comprano mercati, diritti televisivi, bacini commerciali, vetrine globali, ritorni d’immagine planetari. E cosa mette sul tavolo la piazza cosentina, su quel piano lì? Una storia gloriosa e una tifoseria caldissima, certo. Che però, nel freddo linguaggio del business internazionale, valgono poco o niente. Gli arabi vanno a Manchester, a Parigi, a Newcastle. Non a Cosenza. Non perché Cosenza non meriti, ma perché il business ragiona così, e fingere il contrario è puro autoinganno.
E comunque: chi se la comprerebbe?
C’è poi il secondo argomento, ancora più dirimente del primo. Mettiamo pure, per assurdo, che un compratore serio si affacci. Cosa troverebbe? Una società che le cronache descrivono come fortemente indebitata e incastrata in una struttura complicata. Ecco: i salvatori dal cielo, quando esistono davvero, non sono benefattori. Fanno i conti. E davanti a un bilancio gravato dai debiti, l’arabo, il canadese e l’americano fanno esattamente ciò che farebbe chiunque con la calcolatrice in mano: chiudono la cartella, girano i tacchi e cercano altrove.
Il “nume tutelare” non si materializza non perché manchi la fortuna o l’occasione. Non si materializza perché mancano le condizioni. Una piazza periferica più una società indebitata fa, per qualsiasi investitore razionale, un grande “no, grazie”.
A chi conviene la favola?
Ed è qui che il sogno innocente diventa qualcosa di meno innocente. Tutto questo rumore — le trattative mai confermate, i salvatori mai materializzati, la nebbia permanente delle cordate misteriose — produce un effetto molto concreto: tiene la piazza in attesa anziché in movimento. Un tifoso che aspetta lo sceicco è un tifoso che non chiede trasparenza, non si organizza, non costruisce alternative. È seduto, col binocolo puntato all’orizzonte, ad aspettare una nave che non si vede.
A chi giova una tifoseria addormentata dalla speranza? La domanda è retorica. La disinformazione e le favole di mercato non danneggiano lo status quo: lo proteggono. Ogni “sta arrivando un compratore” è un altro mese guadagnato da chi non ha alcun interesse a cambiare nulla.
Il coraggio di smettere di sognare
La verità scomoda è che le uniche due strade reali sono quelle che questa tribù di tifosi rifiuta, proprio perché chiedono di scegliere e di sporcarsi le mani: o si lavora perché la gestione attuale cambi rotta e apra i libri, o ci si organizza per costruire qualcosa di proprio, dal basso, come hanno fatto altrove. Sono strade faticose, lente, incerte. Ma sono strade vere.
La terza via — quella dell’attesa messianica dello sceicco che non c’è — non porta da nessuna parte. È una poltrona comoda da cui fissare il cielo sperando in un gancio che non scenderà mai. E nel frattempo la partita, quella vera, la gioca qualcun altro. Senza di te.
Lo sceicco non arriva, tifoso. Gli arabi e i canadesi non fanno la fila. Il golf per i tifosi era una bella idea, ammettiamolo. Ma se vuoi riveder le stelle, prima o poi tocca alzarsi dalla sedia.

