Lunedì sera a Picerno il Cosenza ha vinto. Prima volta in stagione, dopo nove giornate. Qualcuno, fuori città, ha parlato di svolta.
A Cosenza no. La tifoseria organizzata non ha cambiato di una virgola la propria posizione, e chi se lo aspettava non ha capito di cosa si discute da due anni. Perché la richiesta delle curve non è mai stata “vincete una partita”. È sempre stata una sola: che questa proprietà lasci.
Tre punti a Picerno non rispondono a quella domanda. Non la sfiorano nemmeno.
Cinquantadue anni
Conviene comunque mettere sul tavolo il numero che circola poco. Con due punti dopo otto giornate, quella del Cosenza era la peggior partenza dal campionato 1973/74. Cinquantadue anni, dentro i quali ci stanno fallimenti, radiazioni, ripartenze dai dilettanti: e mai un avvio così.
I tre punti del “Donato Curcio” portano il bottino a cinque dopo nove giornate. L’avvio resta il peggiore da mezzo secolo. Sette gol segnati, diciannove subiti, differenza reti -13: la peggiore dell’intero girone, peggio perfino del Crotone che è ultimo solo per la penalizzazione.
Quello che la vittoria non ha cambiato
Non una delle ragioni della contestazione è venuta meno.
La rosa è la stessa: i due slot liberi in lista sono rimasti liberi, perché la società ha scelto di non intervenire sul mercato degli svincolati nonostante l’allenatore chiedesse un rinforzo dal 14 settembre.
Il budget resta il nodo mai spiegato: nelle ricostruzioni di settembre si parlava apertamente di scarsa chiarezza sulle risorse stanziate e di una riduzione degli investimenti più drastica del previsto, con rinforzi arrivati tardi.
Lo stadio è sempre inagibile e le partite in casa si giocano a Crotone, a porte chiuse.
La società è sempre in vendita, con la quinta trattativa naufragata, una sentenza tributaria appena incassata contro per oltre un milione di euro di TARI, e un comunicato che parla di boicottaggio e minaccia azioni legali mentre chiude i commenti sui propri canali.
Cosa è cambiato, allora? Una cosa sola, e reale: l’allenatore ha schierato le due punte che chiedeva da settimane e ha vinto. Merito suo e dei ragazzi. Non di chi ha costruito questa squadra.
Perché la curva non festeggia
È il punto che da fuori si fatica a capire, e che vale la pena spiegare bene.
Il boicottaggio della tifoseria organizzata non è un capriccio e non è disamore: è una scelta economica. Le partite in casa si disertano perché gli incassi finiscono nelle casse della società; le trasferte si seguono perché lì il ricavato va al club ospitante. È una contestazione mirata al portafoglio, non alla maglia.
In questa logica, una vittoria non cambia nulla. Anzi: il rischio che la curva ha sempre segnalato è esattamente questo — che un risultato positivo venga usato per archiviare tutto il resto, per far passare il messaggio che se la squadra vince allora la gestione va bene.
La posizione è nota ed è stata ripetuta pubblicamente: irremovibile, nessun compromesso con l’attuale proprietà. E non è un atteggiamento ostile alla squadra. È ostile a chi la possiede.
Il punto scomodo
Se il problema fosse solo tecnico, una vittoria sarebbe un segnale di inversione. Ma se le cause sono quelle elencate sopra, allora lunedì non abbiamo visto una svolta: abbiamo visto un allenatore e un gruppo di ragazzi cavarsela da soli per una sera.
Una svolta si costruisce e prosegue. Un’impresa isolata si ripete solo se qualcuno le dà gli strumenti per ripetersi. E quegli strumenti, finora, nessuno ha deciso di darli.
Domenica
Allo Scida arriva il Team Altamura, diciassettesimo a otto punti: scontro diretto per la salvezza. Ancora a Crotone, ancora senza pubblico.
Vincere porterebbe a nove punti in dieci giornate e darebbe alla parola svolta un primo fondamento. Non vincere riporterebbe tutto esattamente al punto di partenza.
Ma qualunque cosa accada domenica, la domanda che la città pone da due anni resterà la stessa, perché non riguarda la classifica. E fino a quando non arriverà una risposta, le curve resteranno dove sono: fuori.

