Se vuoi capire Cosenza, prima o poi devi passare dal San Vito, oggi “Marulla”. Non per forza nei novanta minuti: anche mezz’ora prima, quando cominciano a comparire gli stendardi e gli striscioni, quando la città si riconosce in un modo di stare insieme che altrove è sparito o si è addomesticato. Qui il tifo non è mai stato un semplice contorno del calcio: è stato linguaggio, appartenenza, memoria. E, spesso, anche una forma di coscienza collettiva.
Raccontare la storia del tifo rossoblù significa ripercorrere una traiettoria che va dai primi club “moderati” degli anni Sessanta alla nascita del movimento ultras, fino alle fratture più recenti e alla contestazione che ha svuotato lo stadio in alcune fasi. Dentro ci sono nomi, date e simboli che hanno fatto scuola nel panorama italiano: i raduni degli ultras nel 1985 e 1986, Padre Fedele, i Nuclei Sconvolti, Bergamini, le trasferte oceaniche.
Le origini: dai club ai primi ultras
Prima del tifo organizzato c’era la forma “classica”: club, circoli, appartenenza di quartiere. Diverse ricostruzioni collocano in quegli anni i primi gruppi di tifosi, ancora lontani dalla cultura ultras.
Il salto avviene nel 1978: nasce il Commando Ultrà Prima Linea, considerato l’avvio ufficiale del tifo organizzato moderno a Cosenza. Poi arrivano i Fedayn (1982) e i Boys Cosenza (1983). È un dettaglio che fa capire come cambiano le cose: all’inizio non erano “di curva” in senso pieno, perché una parte del tifo occupava altri settori (si parla spesso della Tribuna B), per poi spostarsi e radicarsi nel tempo nella Curva Sud, che diventerà la casa riconosciuta della passione rossoblù.
1983: l’irruzione dei Nuclei Sconvolti e una firma unica
Nel 1983 succede qualcosa che segna un’epoca. Compare lo striscione dei Nuclei Sconvolti, un’esperienza che molte fonti descrivono come una delle più anticonformiste della storia ultras italiana: identità ribelle, ironia, goliardia, attenzione maniacale all’estetica, ma anche impegno sociale e solidarietà.
C’è un aneddoto che ritorna quando si parla di quella stagione culturale: la curva cosentina non era famosa per “mitologie” da scontro, ma per la capacità rara di far convivere mondi diversi nello stesso settore, dal ragazzo di quartiere a chi veniva da contesti più “borghesi”, uniti dal codice dell’appartenenza.
E poi ci sono gli oggetti che diventano memoria: gli stendardi che faranno tendenza, e una cosa quasi impensabile per quell’epoca — una fanzine autoprodotta, “Tam Tam e Segnali di Fumo”, citata come uno dei tratti distintivi di quella scuola di tifo.
1985–1986: i raduni che portarono l’Italia a Cosenza
Cosenza entra davvero al centro della mappa nazionale nel 1985. In pieno clima europeo segnato dal trauma dell’Heysel, viene ricordata l’organizzazione di un raduno che richiama tifoserie da più città italiane. Molte ricostruzioni attribuiscono un ruolo decisivo a Padre Fedele Bisceglia, con la collaborazione dei Nuclei, e collocano l’evento a Fuscaldo tra l’11 e il 14 luglio 1985: un messaggio esplicito contro la violenza e un tentativo (per l’epoca pionieristico) di “mettere a tavolo” le curve.
Un anno dopo, nel 1986, viene ricordato un secondo raduno, questa volta a Tortora, con l’idea — ancora una volta — di costruire dialogo tra tifoserie, anche rivali.
Da quelle stagioni nascono o si rafforzano rapporti destinati a durare: uno dei più citati è il gemellaggio con la Casertana, fatto risalire proprio ai contatti del raduno di Fuscaldo.
Padre Fedele, il “frate ultrà”: una scena che solo a Cosenza
Se dovessimo scegliere un’immagine per raccontare il tifo rossoblù, sarebbe quella di un frate cappuccino con il megafono. Padre Fedele è stato davvero questo: una figura popolare che ha attraversato calcio e città, diventando simbolo di un modo di intendere il tifo come passione e come responsabilità sociale. Le cronache ricordano la sua capacità di unire curve e di farsi ponte in momenti delicati.
Il suo nome resta legato anche all’impegno per gli ultimi (l’Oasi Francescana e l’attività sociale raccontata da più fonti) e alla capacità di trasformare lo stadio in un luogo dove la fede sportiva e quella umana sembravano andare a braccetto.
Le trasferte che fanno leggenda: Pescara e Lecce
Ci sono date che diventano patrimonio emotivo. Il 26 giugno 1991, spareggio salvezza di Serie B a Pescara: viene ricordata una presenza massiccia di cosentini e una coreografia di migliaia di bandiere a scacchi rossoblù.
E poi il 14 giugno 1992, Lecce: l’ultima giornata che tiene vivo il sogno Serie A e che finisce per spegnerlo. Anche qui il dato che resta è il popolo in viaggio: ricostruzioni e rievocazioni parlano di circa 10.000 tifosi rossoblù al “Via del Mare”, un numero da categoria superiore, rimasto nella memoria come una delle migrazioni sportive più impressionanti della storia recente cosentina.
Bergamini: il simbolo che ha cementato la Curva Sud
Il tifo cosentino ha un nome inciso nella pietra: Donato “Denis” Bergamini. Morì il 18 novembre 1989 in un caso che per decenni ha diviso, ferito, mobilitato. Nel 2024 è arrivata una sentenza di primo grado che ha segnato uno spartiacque: condanna a 16 anni per Isabella Internò per concorso in omicidio volontario.
A Bergamini è stata intitolata la Curva Sud del “San Vito–Gigi Marulla”, il settore storico degli ultras. E non è un dettaglio: è una scelta identitaria, perché quella storia ha trasformato una vicenda giudiziaria in un vessillo cittadino, in una richiesta di verità diventata coro, striscione, presenza.
Scissioni, ricomposizioni, nuove generazioni
Come in tutte le curve lunghe e complesse, anche a Cosenza il tifo si è frammentato e ricomposto. Alcune ricostruzioni ricordano già nel 1993–94 una prima frattura tra settori e perfino un “sciopero del tifo” legato al tema delle diffide, segno di una curva che ha spesso trasformato lo stadio in luogo di presa di posizione.
Negli anni Duemila arriva un altro passaggio importante: la nascita del gruppo Anni Ottanta (citato come nato nel 2006) e una fase che porta a una nuova distribuzione del tifo organizzato nei settori dello stadio, con una divisione che nel tempo è diventata un tratto riconoscibile della casa rossoblù.
L’era Guarascio: risultati, fratture e la diserzione come arma
La presidenza Eugenio Guarascio, avviata nel 2011 con la nascita della Nuova Cosenza Calcio, ha segnato una fase lunga e decisiva per il club: ritorno e stabilizzazione nel professionismo, momenti di crescita sportiva, ma anche un rapporto sempre più teso con una parte della tifoseria organizzata.
Negli ultimi anni, quella tensione è esplosa in modo visibile: comunicati durissimi, contestazione e, soprattutto, la scelta più drastica che una curva possa adottare — disertare le partite casalinghe, annunciando presenza soltanto in trasferta. È una forma di pressione che mira a colpire consenso e immagine della proprietà più che il campo, e che è stata rivendicata pubblicamente in termini netti, con slogan espliciti contro il presidente.
In una città dove lo stadio è “misura” dell’umore collettivo, vedere settori più vuoti del solito racconta una frattura che va oltre il risultato della domenica: è lo scontro tra l’idea di club e l’idea di piazza, tra gestione societaria e aspettative identitarie.
2018: la rinascita e l’ennesima prova di forza del popolo rossoblù
Eppure, anche dentro le contraddizioni, Cosenza ha dimostrato di saper riaccendersi come poche altre piazze. Un esempio che torna spesso: il 2018 e la corsa verso la Serie B, con la finale playoff e la capacità della tifoseria di muovere numeri impressionanti (si parlò di 10.000 biglietti disponibili per i tifosi rossoblù a Pescara in quei giorni).
È questo il paradosso cosentino: può dividersi, può protestare, può perfino scegliere il silenzio come arma, ma quando decide di esserci diventa una presenza da massima serie.
Il mito bruzio: perché questa storia resta unica
La storia del tifo a Cosenza è affascinante perché tiene insieme cose che altrove si respingono: ironia e durezza, estetica e militanza, folklore e memoria, città e provincia, strada e università. È un tifo che ha prodotto simboli (gli stendardi, le fanzine, i raduni), personaggi (Padre Fedele), cicatrici e bandiere (Bergamini), e che ancora oggi, nel bene e nel male, continua a misurare la temperatura della città.
In fondo, la frase che si sente ripetere da generazioni è sempre la stessa: gli uomini passano, le stagioni cambiano, ma il Cosenza resta. E a Cosenza, spesso, resta soprattutto perché c’è una curva che lo considera parte della propria identità.



