Alla fine il Cosenza ce l’ha fatta, o quasi. Nel giorno della scadenza per l’iscrizione alla Serie C, dopo una serie di porte chiuse, la società di Eugenio Guarascio avrebbe individuato nello stadio “Ezio Scida” di Crotone la soluzione per completare la documentazione federale. Ma salvare la pratica non significa salvare la squadra. Perché ciò che rischia di restare, in mano a Guarascio, è una scatola vuota.
Si parte dal simbolo più crudele. Una squadra con oltre un secolo di storia costretta a giocare le proprie gare interne allo Scida di Crotone, nella città della rivale di sempre, perché il Comune ha sospeso la convenzione sul “San Vito-Gigi Marulla”, impianto indisponibile fino al 31 dicembre 2027. E mentre la squadra cerca casa altrove, le energie del club vengono dirottate sulla battaglia legale al Tar contro l’amministrazione comunale. Un club senza stadio è già, di fatto, mezzo vuoto.
Poi c’è la sostanza dei conti, che è la vera misura del vuoto. Al 30 aprile l’esposizione debitoria si aggirava tra i 7 e gli 8 milioni di euro, circa la metà già rateizzata con l’Erario. Si tiene in piedi l’iscrizione, ma il bilancio racconta una società che con la città ormai condivide solo il nome, che ormai i tifosi hanno ribattezzato: la GUARASCESE, un’entità di Guarascio ma non dei tifosi.
E poi la cessione, la grande occasione che non si chiude. Da quindici anni alla guida, Guarascio si dice aperto a vendere, ma la trattativa con l’unica pista concreta — il gruppo di Vincenzo Rota, imprenditore leader nel settore dei salumi — resta bloccata dalle pretese della proprietà uscente: una richiesta complessiva intorno ai 13 milioni, di cui circa 4 di buonuscita oltre all’accollo dei debiti, condizioni che Rota non è disposto ad accettare in questi termini. Prima ancora, era naufragato il tavolo con una cordata “canadese”, anche perché Guarascio chiedeva di restare in società con una quota tra il 10 e il 20%. Il messaggio alla città è sempre lo stesso: si tratta sulle condizioni di chi se ne va, non sul futuro di chi dovrebbe arrivare.
Ecco perché “scatola vuota” non è uno slogan. Un club non è soltanto un titolo sportivo e una licenza federale: è la sua gente. E un Cosenza costretto a giocare le partite “in casa” a oltre cento chilometri di distanza, allo Scida di Crotone, è un Cosenza senza casa e senza pubblico — perché la curva continuerà la protesta ad oltranza.
Va detto, per onestà: nel rush finale è stato proprio l’intervento personale di Guarascio a sbloccare la disponibilità dello Scida, e aprire alla cessione è già più di quanto visto per anni. Ma il punto resta. La domanda che i tifosi si pongono nel giorno della “salvezza” burocratica è semplice e amara: è una rinascita o solo una sopravvivenza rinviata? Perché una città come Cosenza non chiede una scatola con dentro un timbro. Chiede una squadra da vivere, da riempire, da sentire propria — una maglia da indossare in una curva che sia davvero la sua.

