domenica, Febbraio 15, 2026
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Antonio Buscè rompe il silenzio solo perché ha vinto?

Buscè difende il gruppo, “raschiare il barile” con una rosa corta e risponde ai detrattori. Però non accenna al “silenzio stampa” e il Marulla vuoto resta lì, come una domanda senza punto interrogativo.

Dopo il 3-1 alla Casertana FC, il tecnico rivendica compattezza e distacco dal “resto”. Ma attorno al Cosenza Calcio c’è uno stadio che parla col silenzio e un ecosistema comunicativo ai minimi termini.

La rimonta contro la Casertana ha rimesso in piedi classifica e umore: 3-1, tre marcatori diversi, secondo tempo da squadra “viva”. La cronaca la conoscete già: si va sotto, poi si ribalta e si chiude la pratica. Stadio San Vito-Gigi Marulla, però, racconta sempre due partite: quella sul prato e quella sugli spalti. E domenica, anche nella vittoria, la cornice è rimasta il vero elefante in campo.

Il messaggio di Buscè: “Io penso solo al gruppo”

Nel post partita Buscè ha battuto un tasto preciso: reazione, compattezza, spirito, fiducia nei suoi ragazzi. Ha descritto un primo tempo contratto, poi la “scintilla” dopo il pareggio, e ha rivendicato la gestione di una gara in cui, parole e fatti alla mano, le opzioni erano poche. Il concetto di fondo è chiaro: lo spogliatoio viene prima di tutto, il resto non deve entrare.

È una posizione comprensibile, quasi “da manuale”: l’allenatore come parafulmine emotivo e tecnico. Se si mette a commentare mercato, società, tensioni, rischia di spostare la squadra dalla prestazione alla polemica. Il problema è che, a Cosenza oggi, il contesto non bussa. Entra.

Il Marulla vuoto non è atmosfera: è un comunicato

Uno stadio che non “risponde” nemmeno al gol, settori caldi fuori, contestazione che si traduce in assenza. Non è un dettaglio folcloristico: è una forma di linguaggio. Anche alcune ricostruzioni locali lo dicono esplicitamente: il vuoto è protesta, non disamore.

E qui sta il nodo: se l’ambiente manda un messaggio così netto, l’allenatore può davvero comportarsi come se fosse solo scenografia? Può farlo, certo. Ma allora quella scelta smette di essere “neutralità” e diventa una strategia: costruire una bolla, proteggere il gruppo a costo di sembrare impermeabile alla realtà.

Il “silenzio stampa” che non viene nominato (e il corto circuito con la stampa)

Tu tocchi un punto delicatissimo: Buscè non fa alcun accenno alla settimana di “silenzio stampa”, che arriva dopo la sconfitta al Stadio Angelo Massimino e l’assenza di tesserati davanti ai microfoni.

Ma anche qui, il quadro è più contorto di un semplice “non parlano”: da mesi esiste una frattura tra club e una parte della stampa locale, con conferenze disertate e comunicati che raccontano un rapporto degenerato. In pratica: non è solo una società che chiude, è anche un’informazione che, in alcune fasi, decide di non entrare in quella stanza. Risultato: ambiente blindato, arroccato, e comunicazione ridotta a comunicati, post e mezze frasi.

In questo scenario, il “silenzio” non è una scelta singola: è un clima.

La domanda scomoda: è corretto “fare finta di nulla”?

Qui la risposta non può essere un sì o un no, ma una bilancia.

Da un lato, Buscè fa il suo mestiere. Con una rosa corta e tensioni esterne, l’unica cosa sensata per non perdere lo spogliatoio è chiudere la porta e tenere il focus sul campo. Anzi: proprio perché il contesto è instabile, serve un punto fermo.

Dall’altro lato, quando il contesto diventa strutturale (stadio vuoto, rottura con la piazza, comunicazione a singhiozzo), ignorarlo del tutto rischia di trasformarsi in rimozione. Perché la piazza non chiede all’allenatore di fare politica. Chiede almeno un segnale di consapevolezza: “so dove siamo, so cosa c’è fuori, e capisco il peso”.

Il confine è sottile: proteggere lo spogliatoio non significa negare la realtà. Significa dosarla.

E se il Cosenza avesse perso?

Qui siamo nel campo delle ipotesi, quindi va detto chiaramente: non è un fatto, è uno scenario plausibile. In un ambiente così teso, una sconfitta avrebbe probabilmente alimentato altro silenzio e altra pressione, con la panchina inevitabilmente più “scricchiolante”. La vittoria, invece, dà forza a chi parla e rende più facile rivendicare la linea dura: “io lavoro, il resto non mi riguarda”. È umano. È anche calcio.

La vera domanda, oggi, è questa: la “bolla” regge solo quando arrivano i risultati, o è un metodo capace di attraversare anche il prossimo schiaffo?

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