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Il Comune perde in appello, ma la vera domanda è: chi ha vinto davvero?

Guarascio vince la battaglia sullo stadio Marulla.

Il Comune perde in appello, ma la vera domanda è: chi ha vinto davvero?

Il Consiglio di Stato ha parlato, e la sentenza è chiara: il Comune di Cosenza ha toppato clamorosamente la propria strategia legale sullo stadio Marulla. Dopo mesi di ordinanze, minacce di denuncia, chiavi ritirate e dichiarazioni bellicose da Palazzo dei Bruzi, la Settima Sezione ribalta tutto in un colpo solo. Ma prima di brindare al Marulla, forse vale la pena farsi una domanda scomoda: siamo davvero sicuri che questa sia una vittoria per qualcuno, o solo l’ennesimo episodio di una gestione — da entrambe le parti — degna di un manuale su come non si amministra un bene pubblico?

Il Comune: due mesi a giocare a Risiko con lo sport cittadino

Ripercorriamo i fatti con la freddezza che il Comune, evidentemente, non ha avuto. Il 12 giugno Palazzo dei Bruzi nega la licenza d’uso dello stadio. Il Tar, in un primo momento, gli dà ragione. Il Comune, forte di questo primo round, si comporta come se la partita fosse già chiusa: chiavi ritirate, minacce di denuncia, comunicazioni ufficiali che sanciscono l’inagibilità dal 17 agosto. Il messaggio, neanche troppo velato, era: arrangiatevi, magari a Crotone.

Peccato che il Consiglio di Stato, appena due settimane dopo l’inizio della stagione, smonti l’intera impalcatura giuridica su cui il Comune aveva costruito la propria strategia. E lo fa con un argomento che, a conti fatti, il Comune avrebbe potuto — anzi dovuto — considerare fin dall’inizio: la documentazione di gara prevedeva già la possibilità di far coesistere lavori e attività sportiva. Cioè: la soluzione tecnica per evitare tutto questo caos esisteva da subito, scritta nero su bianco. Qualcuno, evidentemente, non l’ha letta. Oppure l’ha letta e ha preferito comunque la linea dello scontro muscolare, forse per calcoli che con lo sport c’entrano meno di quanto si voglia far credere.

Il Cosenza: vince in tribunale, ma la crisi resta tutta

Detto questo, sarebbe ingeneroso — e disonesto — trasformare questa sentenza in un lieto fine per la “guarascese”. Perché la vittoria cautelare al Consiglio di Stato non cancella nulla di quello che la stessa società si è costruita da sola nei mesi scorsi: un ritiro trovato all’ultimo tra i boschi della Sila, una squadra falcidiata dalla febbre, una tifoseria che ha risposto con l’indifferenza più totale, un consiglio comunale — la stessa istituzione che ora perde in appello — compatto contro la proprietà Guarascio in un voto che definire “trasversale” è poco.

Vincere una causa amministrativa non è la stessa cosa che avere un progetto sportivo credibile. Il Marulla torna agibile, benissimo. Ma con quale squadra? Con quale allenatore lasciato a organizzare l’ordinaria amministrazione mentre la società litigava col Comune invece di programmare la stagione? Con quale credibilità agli occhi di una tifoseria che, va ricordato, ha scelto di stare a casa non per il Comune, ma per la gestione societaria?

Una vittoria di Pirro, travestita da trionfo

C’è un rischio concreto, in tutto questo: che la sentenza del Consiglio di Stato venga usata dalla proprietà come una foglia di fico, un titolo di giornale da sventolare per distogliere l’attenzione dai problemi veri. “Abbiamo vinto in tribunale” suona decisamente meglio di “abbiamo passato l’estate a litigare con le istituzioni invece di allestire una squadra competitiva”. Ma i tifosi, quelli veri, non si accontentano di comunicati stampa vittoriosi: si accontentano di risultati sul campo, di una gestione trasparente, di una società che li tratti da interlocutori e non da comparse.

Il Consiglio di Stato ha fatto il suo lavoro, correttamente: ha corretto un errore giuridico grossolano commesso da un’amministrazione che ha preferito la linea dura a quella della soluzione tecnica già disponibile. Ma la vera partita — quella tra una città che merita rispetto e due controparti, Comune e società, che finora hanno dimostrato di meritarselo poco entrambe — resta ancora tutta da giocare. E questa, a differenza della sentenza di ieri, non si vince con un ricorso in appello.

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