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Lupi senza tana

Il Cosenza gioca le partite in casa a ottanta chilometri da casa, in uno stadio che non è il suo, davanti a tribune vuote per scelta dei suoi stessi tifosi. Cronaca di una squadra che è diventata la radiografia di una città che ha smesso di decidere

Il 7 settembre, un lunedì mattina, due cronisti di una testata locale sono andati a fare un sopralluogo allo stadio San Vito-Gigi Marulla di Cosenza. Non c’era una partita da raccontare, non c’era una conferenza stampa. C’era da guardare l’erba.

Quello che hanno visto lo hanno scritto senza aggettivi: il manto erboso presenta ampie zone ingiallite, altre diradate, e in certi punti del rettangolo non è rimasto praticamente un filo d’erba. È un campo che per anni è stato considerato uno dei migliori del Sud. Nel giro di un’estate è diventato inutilizzabile. Non per un evento, non per un nubifragio, non per un concerto. Per incuria: nessuno lo ha innaffiato, nessuno lo ha tagliato, nessuno lo ha seminato, perché nessuno sapeva più di chi fosse la responsabilità di farlo.

Quella sera, a mille chilometri di distanza in linea d’aria emotiva e a poco più di duecento in linea d’aria reale, la squadra che quel campo dovrebbe calpestare perdeva 4-0 a Catania. Terza partita, terza sconfitta, zero punti. Un record negativo per un club che ha 112 anni di storia e che fino a diciotto mesi fa giocava in Serie B.


I. Zero

Il campionato del Cosenza è cominciato il 23 agosto a Cerignola ed è finito, in un certo senso, lì. Tre a uno. Poi la prima gara interna, contro il Potenza, persa 2-1: giocata a Crotone, allo stadio Ezio Scida, a porte chiuse. Poi Catania, e il quattro a zero.

Chi era al Massimino ha usato la parola sparring partner. Il Cosenza ha attraversato la partita come una squadra convocata per far allenare l’avversario, che a sua volta arrivava da quattro sconfitte consecutive e da un’eliminazione casalinga in Coppa Italia. Nel finale l’allenatore etneo si è potuto permettere di mandare in campo Roberto Insigne, che ha segnato il poker con un sinistro a giro.

In sala stampa Federico Coppitelli, romano, quarantatré anni, arrivato in estate su una panchina che nessuno voleva, non ha provato a costruire una narrazione. Ha detto che la sua squadra ha affrontato tutte le difficoltà che si possono affrontare nel calcio. Ha detto che il risultato rispecchia la realtà. Ha detto che sta cercando fili di luce. E poi ha detto la cosa che un allenatore dice solo quando ha smesso di aspettare: che ha comunicato alla società le mancanze della rosa, e che adesso è tardi per fare mercato.

Il 1° luglio, giorno di apertura ufficiale della stagione sportiva, il Cosenza aveva ventidue calciatori in rosa, nessun direttore sportivo e nessun allenatore. Non aveva un ritiro: Lorica, sede dell’anno prima, non era più praticabile per rapporti deteriorati; Fuscaldo aveva aperto e poi chiuso; da San Giovanni in Fiore si aspettava una risposta su un campo in sintetico che il nuovo sindaco aveva nel frattempo chiuso. Una società professionistica che a luglio non sa dove far dormire la propria squadra è già, di per sé, una notizia.

Dodici mesi prima quella stessa squadra, allenata da Antonio Buscè, aveva chiuso quarta il girone C con cinquantotto gol, terzo miglior attacco. Poi era stata eliminata in casa dai playoff dal Casarano, 1-5. Quel punteggio, riletto oggi, non sembra più un incidente.


II. La guerra del Marulla

Per capire perché il Cosenza giochi le partite casalinghe nella città di Crotone bisogna tornare a fine dicembre 2025, quando il Comune aggiudica i lavori di riqualificazione dello stadio comunale a un raggruppamento di imprese guidato da CETA. Quattro offerte in gara. Il progetto prevede il rifacimento dei settori e l’avvicinamento degli spalti al terreno di gioco: la cosa che i tifosi chiedevano da vent’anni.

Ad aprile 2026 il Consiglio comunale si riunisce in seduta aperta. Quattro ore di dibattito, la Digos in sala, il sindaco Franz Caruso e il presidente della Provincia in prima fila. Passa all’unanimità una risoluzione che impegna il sindaco a negare al Cosenza Calcio il nulla osta per l’uso dello stadio nella stagione 2026-2027 e ad avviare, se ne ricorrono i presupposti, la procedura di risoluzione o revoca della convenzione. Applausi. Caruso pronuncia la frase che verrà citata per mesi: il Cosenza Calcio è patrimonio della città, della comunità, della provincia.

L’8 giugno il Settore Lavori pubblici deposita una relazione tecnica, firmata dal dirigente e RUP Salvatore Modesto, che arriva a una conclusione netta: fra il cantiere e l’attività sportiva c’è incompatibilità, per ragioni di sicurezza e di ordine pubblico. Proposta conseguente: sospensione integrale dell’attività sportiva e della convenzione, con la possibilità di arrivare alla revoca per motivi di pubblico interesse.

Il 17 agosto la sospensione diventa efficace. Non per qualche settimana: fino al 31 dicembre 2027. Il giorno dopo arriva anche il diniego della licenza d’uso prevista dall’articolo 68 del Testo unico di pubblica sicurezza. Il Cosenza non può più entrare al Marulla nemmeno per allenarsi. Quando ci entra lo stesso, il sindaco annuncia sui social verifiche immediate e un possibile esposto in Procura, e chiede al club di riconsegnare le chiavi.

Il club ricorre al TAR e perde: i giudici non ravvisano l’urgenza, anche perché nel frattempo la società ha trovato ospitalità a Crotone. Il club appella al Consiglio di Stato. Il 1° settembre la Settima Sezione accoglie l’appello cautelare, sospende il provvedimento e riapre, giuridicamente, le porte del Marulla.

La motivazione contiene la domanda che a Palazzo dei Bruzi nessuno ha ancora risposto pubblicamente. Se il bando per la riqualificazione premiava le offerte in grado di consentire la prosecuzione dell’attività sportiva, com’è possibile che pochi mesi dopo si sia sostenuta l’incompatibilità totale fra cantiere e partite per diciotto mesi?

Caruso e il presidente del Consiglio comunale Giuseppe Mazzuca hanno replicato in due righe: prendiamo atto, ci adeguiamo, possiamo non condividere ma rispettiamo. E hanno aggiunto di non avere nulla da rimproverarsi. Dall’opposizione, il consigliere D’Ippolito ha obiettato che non era quello il modo di sospendere una convenzione, e che nessuno sa quando i lavori partiranno davvero. Una testata cittadina è stata più brutale: ha scritto che la contesa fra Comune e società è stata una farsa, e che l’unico esito certo è lo stadio lasciato marcire.

Poi c’è la parte che nessuna sentenza può riformare. Il Consiglio di Stato ha restituito al Cosenza uno stadio che non è in condizione di ospitare una partita. Il 12 settembre, contro la Cavese, si gioca ancora allo Scida. Lo ha comunicato l’ufficio stampa del club mandando ai giornalisti le modalità di accredito: la notizia più importante della settimana consegnata alla città sotto forma di modulo per la stampa.

Il 9 settembre, mentre la squadra è ultima e senza punti, il Comune approva finalmente il progetto esecutivo: sette milioni di euro dalla programmazione FSC 2021-2027, quattro macrofasi, due nuove gradinate nelle curve, abbattimento delle barriere architettoniche, videosorveglianza. A fine prima fase la capienza scenderà da 21.116 posti a 15.557. Un atto amministrativo ineccepibile, arrivato dopo che tutto era già successo.


III. Sedici anni

Al centro di questa storia, immobile, c’è un uomo che non parla quasi mai.

Eugenio Guarascio, imprenditore dei rifiuti, controlla il Cosenza Calcio da sedici anni. Formalmente oggi è presidente onorario: l’amministratore unico è Rita Rachele Scalise, e la conduzione dei rapporti con agenti e direttori sportivi è affidata a lei, supportata da lui. Nella pratica, come raccontano tutti quelli che hanno provato a trattare, i tempi sono i tempi di Guarascio.

Tra la primavera e l’estate del 2026 la piazza ha creduto per qualche settimana che finisse. Vincenzo Rota, imprenditore cosentino, leader nel settore dei salumi con il marchio San Vincenzo, ha messo sul tavolo una proposta per il 100% delle quote, assistito da un avvocato e da un commercialista, con l’impegno a farsi carico dei debiti entro un perimetro definito e nessuna permanenza del vecchio patron nella nuova compagine.

La trattativa si è arenata su tre cose. La prima: Guarascio chiedeva, oltre all’accollo dei debiti, una buonuscita in contanti che Rota non era disposto a versare. La seconda: gli acquirenti hanno rilevato poste contabili da verificare, dai diritti pluriennali sui calciatori in giù. La terza è quasi una parabola. Fra le voci attive figurava un credito di circa 2,1 milioni di euro che il club sosteneva di vantare verso il Comune di Cosenza. Rota si era detto disposto a girare quella somma al venditore, se e quando fosse entrata in cassa. Poi l’avvocatura comunale ha stabilito che quel credito non esiste.

A metà giugno Guarascio ha chiesto un miglioramento dell’offerta. Poi ha smesso di rispondere. Il rifiuto non è mai stato formalizzato: è stato semplicemente il silenzio a chiudere la trattativa, com’era prevedibile, ha scritto chi la seguiva da mesi.


IV. Le curve vuote

Nell’agosto del 2025 i gruppi organizzati delle due curve hanno preso una decisione che nel calcio italiano è rara e che qui dura ormai da due stagioni: non entrare più allo stadio per le partite in casa, e seguire la squadra soltanto in trasferta. Non uno sciopero del tifo, che significherebbe silenzio sugli spalti. Una diserzione: gli spalti proprio vuoti, e i pullman pieni.

Al derby dello Scida dell’anno scorso i cosentini presenti erano circa settecento. Cantavano contro il presidente, seduto in tribuna a guardare.

In Consiglio comunale, ad aprile, un rappresentante della Curva Nord ha riassunto la posizione della piazza in una frase che non ammetteva mediazioni: dovete trovare il modo di restituirci lo stadio. Non “convincete il proprietario”, non “trattate”. Restituirci.

Qui la storia produce il suo cortocircuito più crudele. Con la squadra esiliata a Crotone e le porte chiuse, la protesta dei tifosi e la convenienza della proprietà finiscono per coincidere: giocare senza pubblico evita al club le spese per gli steward necessari ad aprire più settori. La tifoseria più fedele del Sud sta boicottando una società a cui il boicottaggio fa comodo.


V. I pochi rimasti

Di questa vicenda, che è una vicenda pubblica su un bene pubblico da sette milioni di euro, si occupa oggi una manciata di persone. Due o tre testate cittadine, un cronista che continua felinamente a presentarsi alle partite. Nessuna telecamera nazionale, nessun inviato.

È giornalismo di resistenza, e ha il limite di tutte le resistenze: non sposta gli equilibri. Lo ha ammesso la stampa locale stessa, in una nota autocritica che vale più di molte inchieste, chiedendosi perché nessuno, in tutti questi mesi, sia mai andato semplicemente sotto la tribuna con un telefonino acceso a domandare al presidente se il club fosse in vendita. Se non risponde, si registra il silenzio e lo si mostra alla città.

Quando l’informazione rinuncia alla domanda diretta, il silenzio di chi comanda smette di essere una scelta rischiosa e diventa un metodo gratuito.


VI. La città

A questo punto conviene alzare lo sguardo dal prato, perché il prato è solo il posto dove la cosa è diventata visibile.

Negli anni Settanta Cosenza ha agganciato due treni veri. L’Università della Calabria, ad Arcavacata, il primo campus residenziale italiano concepito sul modello anglosassone. E l’autostrada, con il tratto che ha reso la città un nodo e non un capolinea. Conoscenza più infrastruttura: è la combinazione che nella seconda metà del Novecento ha creato valore ovunque sia stata messa a sistema. Cosenza l’aveva, per intero, cinquant’anni fa.

Non è stata messa a sistema. L’università è cresciuta a Rende, e con essa il commercio, le abitazioni, i servizi, i soldi. Il capoluogo si è svuotato senza mai contrattare i termini della propria trasformazione. Oggi Cosenza ha 63.561 abitanti; Rende, il comune confinante nato attorno all’ateneo, ne ha 36.051. Il debito del Comune di Cosenza supera i trecento milioni di euro.

L’ultima occasione di rimettere insieme i pezzi si chiamava città unica: la fusione di Cosenza, Rende e Castrolibero, circa 109 mila abitanti, portata fino a un referendum consultivo il 1° dicembre 2024. Ha vinto il No con il 58,23%. Ma il dato che racconta la città non è il No. È l’affluenza: a Cosenza è andato a votare il 19% degli aventi diritto. Uno su cinque. Sul proprio futuro amministrativo, sull’unica riforma strutturale in discussione da vent’anni, l’ottanta per cento dei cosentini non si è espresso.

È lo stesso schema del Marulla, in scala urbana. Un dibattito acceso e partecipato in superficie, applausi, dichiarazioni solenni sul patrimonio della comunità, e poi il vuoto: nessun atto che regga, nessuna esecuzione, nessuna conseguenza per nessuno. Una classe dirigente che sa produrre gesti simbolici e non sa produrre progetti eseguibili. Una città che quando le viene chiesto di scegliere resta a casa, e poi si indigna per l’esito.


Sabato prossimo il Cosenza scenderà in campo contro la Cavese allo stadio Ezio Scida, a ottanta chilometri dalla sua città, forse a porte chiuse, quasi certamente ultimo in classifica. Al Marulla, nel frattempo, sono cominciati i lavori di manutenzione sul manto erboso, e c’è un progetto esecutivo approvato per sette milioni di euro che un giorno consegnerà alla città uno stadio più moderno e più piccolo.

Un giorno. La formula più usata a Cosenza da cinquant’anni.

Intanto l’unica cosa certa è quella che hanno visto due cronisti lunedì mattina, andando a controllare di persona perché nessun altro lo faceva: un rettangolo giallo, spelacchiato, con le porte al loro posto e nessuno dentro. Una squadra è lo specchio della sua città più di quanto le città vogliano ammettere. Qui lo specchio non è più nemmeno la squadra. È il campo su cui non gioca.

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