La frattura esplosa attorno allo Stadio Gigi Marulla, con il Consiglio Comunale che ha approvato una risoluzione per negare il nulla osta in caso di permanenza di Eugenio Guarascio, non è solo una disputa su convenzioni scadute e debiti contestati. Oltre 2 milioni di euro che la società dovrebbe al Comune, 1,7 milioni che la società rivendica come credito per lavori anticipati su un impianto pubblico abbandonato, contenziosi su Tari e servizio idrico, mancata rendicontazione degli incassi. Sono numeri reali, che produrranno battaglie legali reali. Ma raccontano solo la superficie di qualcosa di molto più stratificato. Quello che è esploso attorno al Marulla è il punto di emersione di tre idee radicalmente diverse di calcio che convivono dentro la stessa città senza mai davvero incontrarsi, tre sistemi di valori che usano le stesse parole ma intendono cose profondamente diverse.
Il Cosenza “imprenditoriale”
La prima è la Cosenza dell’impresa. Guarascio ha condotto il club con la logica di chi amministra una piccola-media impresa in un settore difficile: contenimento dei costi, esposizione finanziaria limitata, gestione prudente del rischio. In Serie C, dove ogni stagione una manciata di club finisce in dissesto, questa non è una postura irrazionale. È quasi obbligata. Il calcio professionistico nelle serie minori italiane è un settore strutturalmente fragile, con ricavi dipendenti da variabili difficilmente controllabili e costi fissi elevati.
Visto da questa angolatura, Guarascio non è un presidente cinico che ha deliberatamente distrutto un club: è un imprenditore che ha applicato criteri di gestione aziendale ordinaria a un oggetto che non è un’azienda ordinaria. Il torto non è contabile. È di comprensione: non aver capito, o non aver voluto capire, che il calcio appartiene all’industria dell’intrattenimento, e che nell’intrattenimento la relazione emotiva con il pubblico non è un dettaglio operativo accessorio. È il prodotto. E quando imposti la relazione con la città come un cattivo di Gotham City, come il villain in un film di Batman, forse era meglio lanciarsi in altre avventure finanziarie… Quando questa dimensione “emotiva” viene sistematicamente ignorata, il conto non arriva subito nel bilancio. Arriva nei tornelli, negli abbonamenti non rinnovati, nel territorio che si allontana, nel capitale relazionale che si consuma stagione dopo stagione senza che nessuna voce contabile lo registri come perdita.
Ma c’è un elemento che chi chiede a gran voce il cambio di proprietà tende a sorvolare: Cosenza non è Milano, non è Napoli, non è nemmeno Bari. È una città di centomila abitanti nel cuore di una regione con il PIL pro capite tra i più bassi d’Italia, un tessuto imprenditoriale locale che fatica a reggere il peso delle proprie PMI, figurarsi quello di un club calcistico professionistico. I cavalieri bianchi dell’imprenditoria locale, i mecenati capaci di assorbire le perdite strutturali di una società di calcio con la disinvoltura di chi acquista un capannone, semplicemente non esistono in numero sufficiente, e quasi mai esistono nelle città di questa dimensione e di questa collocazione geografica. Gli sceicchi del Golfo si siedono ai tavoli di Premier League e Serie A, non di Serie C. I fondi di investimento cercano asset scalabili con margini prevedibili, non club con tremila abbonati e uno stadio degli anni Sessanta. La realtà del mercato degli acquirenti per una società come il Cosenza è fatta di imprenditori locali con ambizioni moderate, di qualche profilo nazionale attratto dal progetto più che dal rendimento, di operazioni che richiedono anni di pazienza prima di produrre qualcosa di visibile. Il paradosso della gestione Guarascio è che una conduzione prudente nei numeri ha prodotto un impoverimento reale dell’unico asset che non si può comprare con un aumento di capitale. Ma il paradosso di chi ne chiede la testa è che il successore ideale, quel grande imprenditore visionario capace di tutto e di tutti, nella stragrande maggioranza dei casi non abita a Cosenza e non sta aspettando una telefonata.
Il Cosenza del “tifoso sportivo”
La seconda è la Cosenza del consumo. Il tifoso sportivo intermittente, razionale, moderno. Misura il proprio coinvolgimento sulla base della performance: se la squadra gira, partecipa; se rallenta, si allontana. Va allo stadio, ma senza ritualità. Guarda da casa, cambia canale, torna quando il livello dello spettacolo risale. Non è disaffezione nel senso morale del termine: è una forma pienamente legittima di rapporto con il calcio, identica nella struttura a quella che si applica a qualsiasi altro prodotto culturale e di intrattenimento. Si acquista un’esperienza, si valuta la qualità di quell’esperienza, si decide se ripetere l’acquisto.
Il problema è che questo tifoso, spesso, porta con sé un’aspettativa che la storia del club non ha mai giustificato. Il Cosenza non è mai stato in Serie A. Non ha una tradizione consolidata di calcio di vertice, non ha vinto trofei che abbiano lasciato il segno nella memoria collettiva nazionale, non ha mai espresso quella continuità di livello che nelle città calcisticamente blasonate si tramanda come patrimonio identitario intergenerazionale. Il Catanzaro, per dire, ha vissuto anni di Serie A che hanno lasciato una traccia precisa nell’immaginario della tifoseria giallorossa e nelle aspettative di chi quella stagione l’ha vissuta o se l’è sentita raccontare. Cosenza no. Eppure una parte del suo pubblico si comporta come se quella storia ci fosse, come se il punto di riferimento naturale per valutare una stagione fosse una Serie A mai davvero frequentata, come se ogni anno in Serie C o bassa Serie B rappresentasse uno scandalo invece che la condizione ordinaria di un club di una città di queste dimensioni, in questa regione, con questa base economica.
Questa dissonanza tra aspettative e realtà ambientale produce un effetto preciso: il tifoso consumatore giudica la proposta con un metro calibrato su un immaginario che non corrisponde alla storia reale del club. Va deluso non perché la squadra sia oggettivamente scarsa, ma perché il termine di paragone è sbagliato. Non si interroga abbastanza su cosa sia ragionevole attendersi da una società che opera in un contesto economico e demografico specifico, che non può permettersi i budget delle grandi piazze e che compete in un campionato dove la sopravvivenza è già un risultato. Smette di esserci, e quel vuoto nei dati di affluenza viene letto come segnale di crisi senza che nessuno si chieda se il problema non sia anche nella calibrazione delle aspettative. Il termometro è sensibile, sì. Ma misura la temperatura rispetto a un riferimento che qualcuno ha posizionato troppo in alto.
Il Cosenza del tifo organizzato
La terza è la Cosenza dell’identità, ed è quella che richiede la lettura più attenta perché il suo sistema di valori è il più distante dal linguaggio dominante del calcio contemporaneo. La tifoseria organizzata non segue la squadra: la abita. Non dipende dai risultati, dalla categoria, dalla proprietà. Il suo legame con il Cosenza Calcio è di natura identitaria nel senso più preciso che l’antropologia attribuisce a questo termine: è parte della definizione di sé, del riconoscimento reciproco tra appartenenti, della continuità tra generazioni. Lo stadio per questi gruppi è uno spazio rituale prima ancora che sportivo. Le coreografie che richiedono settimane di lavoro collettivo, i cori trasmessi dai padri ai figli, le trasferte come pellegrinaggi laici, la commemorazione dei tifosi scomparsi come atto di memoria civica. Sono pratiche che hanno una funzione sociale precisa: costruiscono coesione, trasmettono valori, mantengono viva una narrazione condivisa sulla città e su chi ci abita.
Ma questa stessa forza contiene una fragilità che raramente viene messa a fuoco. L’identità tribale, quando si consolida troppo, tende a chiudersi su se stessa. Il gruppo che si definisce attraverso l’appartenenza incondizionata finisce per rendere quella incondizionabilità un valore in sé, indipendentemente da ciò che difende. La fedeltà alla squadra a prescindere da tutto diventa fedeltà al gruppo a prescindere da tutto, e il confine tra passione autentica e autoreferenzialità si assottiglia. In questa logica, chiunque ponga domande scomode sul modello di tifoseria stessa, sulla sostenibilità di certe dinamiche, sulla necessità di rinnovarsi per restare rilevanti, rischia di essere percepito come traditore prima ancora che come interlocutore. Il dissenso interno viene espulso, la critica viene letta come attacco esterno, e il gruppo si fortifica proprio mentre dovrebbe aprirsi.
Il risultato pratico è che questa tifoseria, pur essendo portatrice di valori culturali genuini e di una funzione sociale reale, fatica a tradursi in proposta costruttiva quando la situazione lo richiederebbe. Sa benissimo cosa non vuole: Guarascio, questa proprietà, questa gestione. Ha molta più difficoltà a dire cosa vuole in termini concreti: quale progetto è pronta a sostenere anche quando non produce risultati immediati. La richiesta di dignità è legittima e va presa sul serio. Ma la dignità da sola non iscrive una squadra al campionato, non paga gli stipendi, non attira una proprietà migliore. E una tifoseria che si arrocca sulla purezza identitaria senza fare i conti con la realtà economica e demografica della propria città rischia di diventare, suo malgrado, parte del problema che denuncia.

