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Serie C, il campionato dei conti in rosso: Cosenza non è un’eccezione, è la regola

Esclusioni, fallimenti e penalizzazioni a raffica: viaggio nella Serie C dei conti in rosso. Ecco perché lo sceicco non arriva e il caso Cosenza non è un'eccezione

Chi tifa Cosenza, in questi mesi, vive la crisi della propria squadra come una disgrazia personale, un destino cinico che si accanisce sui rossoblù. È umano. Ma basta alzare lo sguardo dalla propria curva per scoprire una verità tanto scomoda quanto consolante: il Cosenza non è un caso isolato. È un caso normale. Perché la Serie C italiana è, da anni, un campionato che gioca più con i bilanci che con il pallone, e dove i conti in rosso sono la condizione ordinaria, non l’eccezione.

Una strage di società, ogni stagione

Facciamo l’inventario degli ultimi mesi, ed è impressionante.

Il caso più clamoroso è il Brescia: un club storico, fondato nel 1911, semplicemente cancellato. Escluso dalla Serie C 2025-26 per irregolarità amministrative e debiti non saldati, dopo una penalizzazione di otto punti e arretrati stimati intorno agli otto milioni di euro tra imposte fiscali e pagamenti inevasi. Una piazza da Serie A, evaporata per i debiti.

Ma il Brescia è in buona, tragica compagnia. Due altre piazze gloriose sono crollate: la SPAL non si è iscritta, mentre la Lucchese ha affrontato una crisi profonda culminata nel fallimento dichiarato dal tribunale, con debiti e istanze presentate da creditori, fornitori e persino dai giocatori. E in corso di stagione altre due squadre hanno alzato bandiera bianca: Taranto e Turris hanno abbandonato il campionato, con i punti guadagnati e persi annullati, falsando di fatto la classifica per tutti.

I prossimi sulla lista

Pensate sia finita? No, perché la mannaia è già pronta per la prossima stagione. A maggio 2026 è arrivata una nuova ondata di deferimenti. Sei le società coinvolte tra Serie B e C: Juve Stabia, Triestina, Ternana, Crotone, Siracusa e Trapani, tutte deferite al Tribunale Federale dopo le segnalazioni della Commissione che vigila sull’equilibrio economico-finanziario.

E le sanzioni che rischiano non sono carezze: la Juve Stabia rischia un -2, il Trapani dovrebbe ripartire addirittura in Serie D con un -4, mentre Crotone, Siracusa e Ternana rischiano fino a sei punti di penalizzazione. I motivi sono sempre gli stessi, monotoni come un disco rotto: stipendi non pagati, contributi INPS e ritenute IRPEF non versate, documentazione di bilancio mancante. La Ternana — che proprio in queste settimane lavora a un progetto di azionariato popolare — è deferita per il mancato pagamento degli emolumenti e per omissioni su contributi INPS e ritenute IRPEF. Il Crotone, dirimpettaio calabrese, per il mancato pagamento di emolumenti, incentivi all’esodo e contributi previdenziali.

Non è sfortuna, è un sistema malato

Qui sta il punto che riguarda direttamente Cosenza. Quando un campionato intero, stagione dopo stagione, produce esclusioni, fallimenti, ritiri e valanghe di penalizzazioni, non siamo davanti a una serie di sfortune individuali: siamo davanti a un sistema strutturalmente insostenibile. E i numeri storici lo gridano. In una sola annata recente sono stati comminati 117 punti di penalizzazione, tutti per inadempienze economiche, a club come Cuneo, Lucchese, Pro Piacenza, Reggina, Monopoli, Rende, Rieti, Siracusa, Bisceglie e Matera; e tre società sono fallite senza nemmeno iscriversi: Mestre, Reggiana e Fidelis Andria.

La Serie C è un torneo dove le entrate (incassi da stadio risicati, diritti tv quasi inesistenti, sponsor locali) non coprono quasi mai le uscite. Si regge sull’iniezione continua di denaro dei proprietari. E quando quel rubinetto si chiude, o quando la gestione fa acqua, il club affonda. Sempre per gli stessi, identici motivi.

Cosa significa per Cosenza

Da questo quadro discendono due conseguenze brutali per chi sogna il futuro rossoblù.

La prima riguarda la favola del salvatore. Se l’intera Serie C è un pozzo che brucia denaro senza restituirne, perché mai uno sceicco o un fondo internazionale dovrebbe scegliere di buttarci i propri milioni? I grandi capitali, quando si muovono, cercano ritorni. Una terza serie italiana che semina fallimenti è l’esatto opposto di un buon investimento. Ecco perché, lo abbiamo scritto, nessuna fila di magnati si forma davanti ai cancelli del Marulla.

La seconda riguarda le alternative. Se il modello “padrone unico che mette i soldi finché vuole” è quello che, in tutta la categoria, produce questo cimitero di società, allora forse vale la pena guardare con più serietà ai modelli diversi — come l’azionariato popolare, che proprio in Serie C e nei dilettanti sta diventando, da utopia, una concreta via di sopravvivenza. Non a caso ci stanno pensando piazze ferite esattamente come la nostra.

La consolazione amara

Sapere di essere in compagnia non guarisce il mal di pancia, lo sappiamo. Ma forse aiuta a smettere di cercare colpevoli soprannaturali o salvatori immaginari, e a guardare il problema per quello che è: non una maledizione che colpisce solo Cosenza, ma la malattia cronica di un calcio che vive sistematicamente sopra le proprie possibilità. La domanda vera non è “perché capita a noi”, ma “come si esce da un modello che, prima o poi, presenta il conto a tutti”.

Brescia, SPAL, Lucchese, Taranto e tutti gli altri non risponderanno più. Cosenza è ancora in tempo per farlo.

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