COSENZA — C’è una Calabria ufficiale e una Calabria reale. E la notte del 24 maggio, nella finale d’andata dei playoff di Serie B tra Catanzaro e Monza, le due Calabrie si sono trovate, come spesso accade, su pianeti opposti.
Da un lato Gianluca Gallo, assessore regionale, che alle 15 di domenica affidava ai social un messaggio di compattezza istituzionale: «Stasera tifiamo tutti Catanzaro: vogliamo la Calabria in Serie A!». Un appello nobile, quasi patriottico. La Calabria unita sotto una sola bandiera, quella giallorossa. Il sogno collettivo di una regione…a parole però.
Dall’altro lato, i balconi di Cosenza.
Dalle finestre, una verità diversa
Perché quando Hernani, al 76′, ha trafitto Pigliacelli con un destro potente dalla distanza, e quando Caso ha chiuso i conti all’88’ con una cavalcata da centrocampo, da più di un palazzo del capoluogo bruzio sono partite urla di gioia. Non rassegnazione. Non silenzio. Gioia. La stessa, raccontano i testimoni diretti, di quando la nazionale italiana segna ai Mondiali.
Il Catanzaro affondava. Cosenza festeggiava. E il calcio, a volte, è anche questo.
La rivalità che supera tutto
Il derby Cosenza-Catanzaro è una delle rivalità più antiche e viscerali del calcio meridionale. Sessanta chilometri di autostrada A2, una montagna di storia, orgoglio campanilista e identità civica separano le due città. Una rivalità che non conosce tregua, non conosce eccezioni, non conosce — e questo è il punto — nemmeno gli assessori regionali.
Perché la rivalità tra le due sponde della Calabria non è calcistica. È antropologica. È il modo in cui due comunità si definiscono per differenza, ciascuna costruendo la propria identità anche — e forse soprattutto — in contrapposizione all’altra. Il Catanzaro in Serie A sarebbe stato, per molti cosentini, un affronto difficile da metabolizzare soprattutto “nell’amara era Guarascio”.
Il Monza, in questo senso, è diventato per una notte la squadra del cuore di mezza Calabria settentrionale.
Il cortocircuito istituzionale
Il post dell’assessore Gallo fotografa involontariamente il cortocircuito perfetto. Chi rappresenta la Calabria istituzionalmente deve tifare per la squadra calabrese — è quasi un obbligo d’ufficio, uno slogan che funziona politicamente, che supera le rivalità campanilistiche e fa bella figura. “La Calabria in Serie A” è un concetto che nessuno può contestare pubblicamente.
Ma la realtà dei balconi dice altro. E probabilmente, tra i like al post di Gallo, più di qualche cosentino ha cliccato il pollice in su di facciata, mentre di nascosto riguardava il gol di Hernani in loop.
Il ritorno è venerdì
La storia non è ancora scritta. Il ritorno si gioca il 29 maggio all’U-Power Stadium di Monza, con i brianzoli avanti di due reti. Aquilani ha invocato la spensieratezza — «andiamo a Monza senza nulla da perdere» — e il Catanzaro ci proverà fino all’ultimo.
Da Cosenza, si seguirà con grande partecipazione. In che senso? Ormai s’è capito…e chi si meraviglia vive fuori dalla realtà.
La standing ovation del Ceravolo
Eppure, in mezzo al paradosso calabrese, alla rivalità viscerale e ai balconi di Cosenza in festa, c’è un’immagine che vale più di qualsiasi risultato. Un’immagine che appartiene solo al calcio vero, quello di provincia, quello che profuma di passione autentica e non di business.
Al triplice fischio del Ceravolo, con il tabellone che recitava un impietoso 0-2 e il sogno della Serie A che si allontanava pericolosamente verso Monza, la tifoseria giallorossa non ha fischiato. Non ha abbandonato gli spalti. Non ha voltato le spalle.
Ha applaudito.
Una standing ovation lunga, sincera, commossa. Tutta la curva in piedi per una squadra che aveva perso ma che, per novantaquattro minuti, aveva dato tutto quello che aveva. Aquilani lo aveva detto nel post-partita: «I ragazzi sono usciti distrutti, più mentalmente che fisicamente». Quella tifoseria lo sapeva. Lo aveva visto. E lo ha riconosciuto.
È questa la cosa più bella della serata. Non i gol di Hernani e Caso, non le lacrime di chi sperava nel miracolo, non i festeggiamenti brianzoli. Ma quella curva in piedi, in una città che aspetta la Serie A da 43 anni, che sceglie di sostenere invece di condannare. Che trasforma una sconfitta in un abbraccio.
Il sogno è ancora vivo, per novanta minuti almeno. E con una tifoseria così, vale la pena crederci fino in fondo.

