HomeCosenza CalcioBoicottaggio: ma i primi a boicottare il Cosenza sono i suoi proprietari

Boicottaggio: ma i primi a boicottare il Cosenza sono i suoi proprietari

La società denuncia una campagna di insulti e parla di vandalismo economico. Le minacce vanno condannate. Ma chi ha sottratto più risorse al club in due anni?

Stamattina il Consiglio di Amministrazione del Cosenza Calcio ha pubblicato un comunicato in cui denuncia quello che definisce l’ennesimo atto di sabotaggio contro la società: una campagna organizzata di insulti, minacce e shitstorming che in pochi minuti avrebbe invaso i canali ufficiali, costringendo il club a cancellare ogni pubblicazione.

Il club parla di una strategia di boicottaggio che da due anni provocherebbe danni enormi alle casse. Usa parole nette: non è protesta, è ricatto, è vandalismo economico. Rivendica la libertà d’impresa sancita dalla Costituzione, annuncia di volersi tutelare in ogni sede civile e penale, e ricorda che il Cosenza ha una funzione sociale ma anche economica, e che per essere sostenibile la gestione ha bisogno di risorse.

Partiamo da ciò su cui non c’è nulla da discutere. Le minacce non sono protesta e vanno condannate senza attenuanti. Chi insulta e minaccia non difende nessuna causa: la danneggia, e offre a chiunque il miglior argomento possibile per non rispondere nel merito. Su questo la società ha pienamente ragione, e chiunque tenga a questa squadra dovrebbe dirlo con la stessa chiarezza.

Detto questo, c’è una domanda che il comunicato non pone e che invece è la più importante di tutte: chi ha sottratto più risorse al Cosenza Calcio negli ultimi due anni?

I conti del boicottaggio

Il club lamenta danni enormi alle casse. Mettiamo in fila le voci di quelle casse, una per una.

Gli incassi da biglietteria sono azzerati. Non perché i tifosi non comprino: perché le partite casalinghe si giocano allo Scida di Crotone, a ottanta chilometri dalla città, e quasi sempre a porte chiuse. Tre volte di fila senza pubblico. Un biglietto non venduto per scelta della tifoseria è un boicottaggio. Un biglietto che non esiste perché non c’è uno stadio dove giocarlo è altro.

I ricavi commerciali seguono la stessa strada. Un main sponsor compra visibilità: spalti pieni, telecamere, pubblico. In uno stadio vuoto, in un’altra provincia, quella visibilità vale una frazione.

Il patrimonio tecnico è stato venduto. Nell’estate il gruppo della passata stagione è stato smantellato, con incassi superiori al milione e mezzo e plusvalenze significative, e sostituito da giovani e scommesse. Quella non è una perdita subita: è una scelta di cassa.

E poi c’è l’ultima voce, quella di ieri. La società ha deciso di non intervenire sul mercato degli svincolati, pur avendo slot liberi in organico e pur avendo l’allenatore che da metà settembre chiedeva pubblicamente un rinforzo in attacco. Il Cosenza è l’unica squadra del girone C senza vittorie, ha la peggior difesa del torneo e cinque gol segnati in sette giornate. Una retrocessione in Serie D ridurrebbe il valore del club a una frazione di quello attuale.

Se il tema è il danno economico alla società, questa è la voce più pesante di tutte. E non l’ha decisa una minoranza rumorosa.

Due anni di silenzio sono una scelta aziendale

Il comunicato parla di una strategia in atto da due anni. Vale la pena ricordare cosa è successo in quei due anni dall’altro lato.

Quattro volte la proprietà ha aperto alla cessione e quattro volte l’operazione non si è conclusa. La trattativa dell’estate si è chiusa senza un rifiuto formale: semplicemente, nessuno ha più risposto. Uno dei gruppi interessati ha dichiarato pubblicamente che la propria proposta si era infranta contro l’indisponibilità della proprietà a confrontarsi.

Nello stesso periodo, la società ha chiesto alla stampa una comunicazione fondata sull’attendibilità delle fonti, pur non essendo essa stessa una fonte disponibile: sulla cessione, tutto quello che la città sa lo ha letto su ricostruzioni di giornali e su indiscrezioni.

Una tifoseria che diserta lo stadio per colpire gli incassi fa una scelta discutibile, e qualcuno dentro quella scelta ha superato ogni limite. Ma è una reazione, e dichiarata. Il silenzio di chi comanda, invece, è una strategia, e dura da molto più tempo.

La libertà d’impresa funziona in due direzioni

Il comunicato invoca la libertà d’impresa come diritto costituzionale. È un richiamo corretto. Vale però la pena ricordare che quella libertà comprende anche la libertà di vendere l’azienda, al prezzo che il mercato è disposto a riconoscere e non a quello che il proprietario desidera.

E comprende, in capo a chi la esercita, la responsabilità dei risultati: una squadra penultima, senza rinforzi, senza stadio, con le partite interne a porte chiuse in un’altra provincia, non è il prodotto di una campagna social.

Domenica alle 12.30, allo Scida, arriva il Foggia. Si gioca per la prima vittoria stagionale. Davanti a nessuno.

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