Non è un’ipotesi da laboratorio. È una cosa che a Cosenza è già successa, e la città sa esattamente come finisce.
Mentre si discute se ripartire da una nuova società anziché comprare quella esistente, vale la pena rileggere cosa accadde vent’anni fa, quando il calcio cosentino si ritrovò con due squadre nello stesso campionato. Non per fare moralismo. Per sapere.
Come ci si arrivò
Nel 2003 il Cosenza Calcio 1914 viene radiato dai campionati professionistici per non aver presentato la fideiussione. Finiscono così quasi novant’anni di storia e quindici stagioni consecutive in Serie B. La squadra che l’anno prima giocava contro Palermo e Napoli sparisce da un giorno all’altro.
La città non può restare senza calcio. Si procede come si è sempre fatto in questi casi: una società di Castrovillari viene trasferita a Cosenza e diventa Associazione Sportiva Cosenza Football Club, con il lupo della Sila e i sette colli nel logo, ammessa al campionato di Serie D. A Castrovillari, contestualmente, ne nasce una nuova per sostituire quella andata via.
Fin qui è una ripartenza come tante. Il problema arriva l’estate successiva.
L’estate in cui la città si svegliò con due squadre
Nell’estate del 2004, dopo una serie di ricorsi, il vecchio Cosenza Calcio 1914 viene riammesso in Serie D.
Il risultato è che per la prima volta nella sua storia la città si ritrova con due squadre contemporaneamente impegnate nello stesso campionato. Due società, due dirigenze, due bilanci, due tifoserie potenziali. Un solo bacino, una sola città, un solo stadio.
Non fu una scelta. Fu il combinato disposto di un fallimento e di un ricorso vinto. Ma il punto è che, una volta successo, nessuno riuscì a tornare indietro in tempi brevi.
Il derby che nessuno voleva
Il campionato produce inevitabilmente la stracittadina. Ed è quello il momento che le cronache registrano come il punto più basso della storia del calcio cosentino.
La tifoseria, divisa da mesi, torna compatta allo stadio. Non per tifare: per contestare il fatto stesso che quella partita si giocasse. La gara viene interrotta da un’invasione di campo.
È un dettaglio che merita di essere sottolineato, perché dice qualcosa che vale anche per oggi: i tifosi non scelsero una delle due squadre. Le rifiutarono entrambe. Il tifo cosentino si riconosceva in una maglia, non in una ragione sociale, e si rifiutò di dividersi in due metà.
Quanto durò
Una stagione. Nel 2005 il Cosenza Calcio 1914 fallisce definitivamente e l’altra società, rimasta unica in città, cambia denominazione in Associazione Sportiva Cosenza Calcio.
La convivenza, quindi, si risolse nel modo più brutale: una delle due morì. Non ci fu una fusione, non ci fu un accordo, non ci fu un progetto condiviso. Ci fu un fallimento che liberò il campo.
E non finì lì
Vale la pena seguire il filo fino in fondo, perché racconta un decennio intero.
Nel luglio 2007 anche l’Associazione Sportiva Cosenza Calcio, al culmine di una crisi finanziaria profonda, rinuncia all’iscrizione e si avvia al fallimento. I suoi giocatori confluiscono in una nuova società, nata dal trasferimento a Cosenza del Rende Calcio, che prende il nome di Fortitudo Cosenza. Quella squadra vince la Serie D 2007-08, torna tra i professionisti e riprende la denominazione storica di Cosenza Calcio 1914.
Nel 2011 arriva una nuova esclusione dai campionati professionistici, decisa dalla Co.Vi.So.C. E si riparte ancora.
Otto anni, tre morti societarie, e ogni volta il titolo sportivo arrivato da fuori: prima da Castrovillari, poi da Rende. La squadra di una città capoluogo tenuta in vita da trasferimenti di società di provincia.
C’era stata anche una prima volta
Molto prima, nel 1929, Cosenza ebbe già due squadre. Il regime aveva imposto la trasformazione del Cosenza Football Club in Dopolavoro Sportivo Cosenza, con maglia azzurra; chi non accettò quella sottomissione fondò il Cosenza Sport Club, con la maglia rossoblù. Finirono entrambe nello stesso campionato di Terza Divisione, disputato nell’estate del 1929.
Anche quella volta finì presto, ma in modo opposto: la squadra del regime, trasformata in Associazione Sportiva Fascista Cosenza, restò in vita tre mesi e poi confluì nell’altra, perché l’ambiente sportivo cittadino trovò un accordo.
Nel 1929 le due anime si unirono. Nel 2004 una delle due fallì.
Cosa dice questo precedente
Nulla di automatico. La storia non si ripete per obbligo e il contesto di oggi è diverso: allora il vecchio club era già morto e tornò in vita per via giudiziaria, oggi è vivo e appartiene a un proprietario che non vuole venderlo alle condizioni che gli vengono offerte.
Ma tre cose, quel precedente, le dice con chiarezza.
La prima: una città di questa dimensione non sostiene due squadre. Non per antipatia, per aritmetica. Sponsor, abbonati, spazio sui giornali, energie dirigenziali sono risorse finite.
La seconda: davanti alla scelta, la tifoseria non si divise. Contestò entrambe. Chi oggi immagina un nuovo soggetto che raccolga automaticamente l’affetto della città farebbe bene a tenerne conto.
La terza, la più concreta: la convivenza non si risolse con un accordo, ma con un fallimento. Durò dodici mesi, e furono i peggiori dodici mesi che questo calcio ricordi.

