COSENZA — Una vendita annunciata, rinnegata, riannunciata e di nuovo svanita. Almeno tre cordate serie, un imprenditore con il legale di Cristiano Ronaldo, un magnate russo, un accordo con Vincenzo Oliva dato per fatto e poi scomparso nel nulla. La storia finanziaria della cessione del Cosenza Calcio non è la storia di una società che non trova acquirenti. È la storia di una società che gli acquirenti li trova, e poi li perde.
La domanda che la città si pone da anni — perché Guarascio non vende? — merita una risposta che non sia né tifo né propaganda. Merita un’analisi dei numeri e dei fatti.
Il dossier delle trattative naufragate.
La lista è lunga, e ognuna ha un finale identico: fumata nera.
Nel 2021, dopo la retrocessione dalla Serie B, arrivarono due offerte concrete: quella del gruppo iGreco e quella dell’imprenditore Luca Di Donna. Guarascio fece dietro front su entrambe. «Guarascio aspetta il ripescaggio», commentò Di Donna. La stessa stagione circolò il nome del magnate russo Alisher Usmanov tramite il gruppo Devetia, rappresentato dall’avvocato Roberto Rodriguez — lo stesso legale di Cristiano Ronaldo e Florentino Perez. Guarascio definì l’operazione una “boutade”.
Nel 2025 entrò in scena il Gruppo Citrigno, imprenditori cosentini attivi nella sanità privata, con un’offerta formale trasmessa via notaio e l’obiettivo dichiarato di riportare il Cosenza in Serie B entro la stagione successiva. La risposta di Guarascio alla richiesta di documenti contabili fu lapidaria: «L’irrituale iniziativa da Lei assunta non potrà mai avere un riscontro anche perché non si conosce il substrato legittimante simili richieste.» Traduzione: niente bilanci, niente trattativa. Citrigno si ritirò con parole amare: «Parliamo evidentemente due linguaggi diversi. Povero Cosenza nostro, sprofondato nel baratro tra promesse e illusioni.»
A febbraio 2026 il nome che circolava era quello di Vincenzo Oliva, imprenditore calabro-emiliano. Le voci davano per fatto il passaggio dell’80% delle quote. Si aspettava un comunicato ufficiale. Non arrivò nulla, come sempre, come al solito.
La versione di Guarascio.
Il presidente ha una sua narrazione, e va riportata con onestà. Ha dichiarato pubblicamente che i contatti ci sono stati, ma che si sono sempre risolti in manifestazioni di intenti senza un’offerta adeguata al valore del pacchetto azionario. È una posizione legittima in astratto. Il problema è strutturale: il mercato non può formulare un’offerta adeguata senza conoscere il prezzo richiesto. Citrigno lo disse esplicitamente, chiedendo a Guarascio di comunicare il valore che attribuiva al 100% delle quote, al netto di debiti e crediti. Quella comunicazione non è mai arrivata in forma ufficiale. Guarascio rispose invece che erano gli acquirenti a dover formalizzare le offerte, davanti al sindaco e ai tifosi. Un venditore che chiede agli acquirenti di fare offerte al buio non segue nessuna logica di mercato standard.
La matematica del paradosso.
Qui entra la variabile sportiva, e il meccanismo si complica ulteriormente.
A febbraio 2025, con la squadra in difficoltà e la contestazione al massimo, il sindaco Franz Caruso dichiarò dopo un incontro con Guarascio che c’era un’intera comunità — città e provincia — che pretendeva chiarezza da un presidente che non aveva più il sostegno della città. In quel momento il valore della società era ai minimi. Era il momento giusto per vendere, o per comprare a condizioni ragionevoli.
Oggi il quadro è radicalmente cambiato. I rossoblù sono in piena corsa per il terzo posto, con il Benevento già promosso e i playoff al via il 3 maggio. Con una rosa valutata circa 8,5 milioni di euro, profili come Florenzi (800mila euro) e Báez in crescita, l’enterprise value del club è sensibilmente più alto di quello che era quando Citrigno presentava le sue proposte. Chi avrebbe potuto comprare a settembre 2025, oggi probabilmente non se lo può più permettere. La platea degli acquirenti si è ristretta esattamente nel momento in cui la squadra è più forte.
Guarascio da valore negativo a plusvalenza
C’è un elemento ulteriore che rende questa vicenda finanziariamente peculiare. Il valore della sottrazione di Guarascio — ovvero l’entusiasmo che tornerebbe con un cambio di proprietà, gli incassi da botteghino oggi compressi dalla contestazione, il rimbalzo commerciale immediato — esiste ed è reale. Ma è un valore che lui stesso ha creato, erodendo sistematicamente il capitale relazionale con la città. Gli spalti mezzi vuoti, il disamore del pubblico, il distacco tra società e territorio non sono variabili cadute dal cielo: sono il risultato diretto di anni di gestione che ha trattato il tifoso come un problema da gestire anziché come il cuore del club. Che Guarascio possa oggi monetizzare quella stessa erosione come leva negoziale è, dal punto di vista logico, un colpo da maestro. Dal punto di vista etico, è una delle operazioni più discutibili che si possano immaginare in una compravendita sportiva.
Il tifoso che esulta per una vittoria e contemporaneamente chiede la testa del presidente non è in contraddizione con se stesso: sta dimostrando che il suo legame con la squadra prescinde dalla proprietà. Ed è esattamente quella fedeltà incondizionata — che non dipende dai risultati, che resiste alle retrocessioni e ai fallimenti societari — la risorsa più preziosa dell’intero sistema. E anche la meno tutelata.
Il rischio concreto.
Il “limbo dorato” in cui si trova oggi il Cosenza non è un equilibrio: è una rendita di posizione. Guarascio sta beneficiando del lavoro della squadra, della passione della città e della debolezza strutturale del mercato degli acquirenti locali, senza investire, senza comunicare, senza un progetto dichiarato. E la finestra per cedere a condizioni ragionevoli — né troppo basse da umiliarlo, né troppo alte da scoraggiare tutti — si sta restringendo di settimana in settimana.
Se il Cosenza dovesse centrare la Serie B attraverso i playoff, il prezzo salirà ancora. E con esso, paradossalmente, anche la probabilità che Guarascio rimanga. Non perché lo voglia davvero, ma perché a quel punto l’unico acquirente possibile sarebbe un grande gruppo strutturato — e i grandi gruppi strutturati non comprano per passione, comprano per convenienza. Cosenza, con il suo peso identitario e la sua contestazione irrisolta, potrebbe non rientrare nei loro parametri.
Il rischio concreto non è che Guarascio venda male. È che non venda affatto, e che la città si ritrovi tra un anno esattamente qui: con una squadra che lotta, una curva che contesta e un presidente che aspetta un’offerta che — per sua stessa scelta — non arriverà mai nella forma che lui esige.

