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Cosenza, il tifo tribale e la Serie A che non è mai arrivata. Una storia di favole consolatorie

Cosenza e la Serie A: il mito identitario del tifo che nasconde 40 anni di fallimenti sportivi

Cosenza ha una tifoseria da Serie A. Lo diciamo subito, senza equivoci, e lo ripetiamo: come tifoseria, come passione, come cultura ultras, Cosenza merita la massima serie.

Detto questo, possiamo ragionare?

Chi vuole fermarsi qui, benvenuto. Grazie per essere passato. Chi invece ha il coraggio di continuare a leggere — e di guardare in faccia qualche numero scomodo — si accomodi.

Il resto dell’articolo è per voi.

C’è una città in Calabria che ha trasformato il tifo in una religione. Che ha costruito un’identità così solida, così radicata, così orgogliosa di sé stessa da non aver bisogno di risultati sportivi per sentirsi superiore. Una città che festeggiò la retrocessione del rivale nel 1983 e da quel giorno non ha mai smesso di raccontarsi quanto fosse grande.

Quella città è in Serie C.

La tribù e il campo

Parliamoci chiaro. Il tifo cosentino ha una storia reale: antirazzismo, aggregazione sociale, impegno civile, una cultura ultras che va oltre i novanta minuti. Nessuno lo nega. È documentato, è rispettabile, è parte della storia del tifo italiano.

Ma c’è un momento in cui una tifoseria smette di parlare di calcio e comincia a parlare solo di sé stessa. Di chi è. Di cosa rappresenta. Di quanto sia diversa — e superiore — alle altre. Di “valori” e “identità” e “modo di intendere il tifo”.

Quel momento, a Cosenza, dura da quarant’anni.

E la sociologia del calcio ha un nome preciso per questo meccanismo: narrativa identitaria compensativa. Quando mancano i risultati, si costruisce un sistema di valori alternativo che rende impossibile perdere. Se il tuo metro di giudizio non è mai la classifica, sei sempre superiore. Per definizione. A prescindere da dove sei in classifica.

È una posizione nobile. È anche, oggettivamente, una posizione molto comoda.

Perché se perdi puoi sempre dire: “Noi tifiamo per qualcosa di più grande.” Se retrocedi: “Noi non corriamo dietro ai trofei.” Se sei in Serie C con un presidente inamovibile e la curva che diserta lo stadio per protesta: “Noi abbiamo i valori.”

Benissimo. Ma i valori non fanno gol.

Il ceffone dei numeri

E adesso arriva la parte che fa male. Quella che nessuno vuole leggere ma tutti sanno.

Cosenza non è mai stata in Serie A. Mai. In tutta la sua storia.

Non è una curiosità. È un dato. Un dato che brucia ancora di più se lo metti vicino alla mappa del calcio calabrese.

Il Catanzaro è arrivato in Serie A nel 1971. La Reggina con la storica promozione del 1999. Il Crotone — partito dalla Seconda Categoria nel 1991 — nel 2016 è approdato nella massima serie. Il Sole 24 ORE

Tre città calabresi in Serie A. Il Crotone è stata la terza squadra calabrese a raggiungere la Serie A, dopo il Catanzaro e la Reggina. Una città di sessantamila abitanti, partita dal nulla, arrivata dove Cosenza non è mai arrivata.

Nella stagione 2020/2021, con il Crotone in Serie A e la Reggina e il Cosenza in Serie B, la Calabria vantava tre squadre nelle due principali categorie — un record assoluto. Anche in quel momento storico, il massimo che Cosenza poteva fare era la Serie B. Mentre Crotone era in Serie A.

Oggi il Catanzaro si gioca la finale playoff per tornare nella massima serie contro il Monza. Il Cosenza è in Serie C.

Il club della vergogna

C’è una sola città italiana che condivide con Cosenza questo primato negativo. Il Taranto ha disputato trentuno campionati di Serie B senza essere mai stato promosso in Serie A — è l’unica squadra con quel numero di presenze in cadetteria senza mai approdare nella massima serie.

Cosenza e Taranto. Le due grandi città del Sud mai arrivate al piano di sopra. Almeno Taranto ha la scusa della tragedia di Erasmo Iacovone — il bomber morto in un incidente stradale nel febbraio 1978 mentre la Serie A sembrava finalmente a portata di mano, trascinando con sé i sogni di un’intera città.

Cosenza non ha nemmeno quella scusa. Ha solo Guarascio. E i valori.

Superiori a chi, esattamente?

Torniamo al 1983. Parte della curva cosentina festeggiò la retrocessione del Catanzaro dalla Serie A. Pensavano di aver vinto qualcosa. In realtà avevano solo acceso un fuoco.

Quarantatré anni dopo quel fuoco brucia ancora. Solo che brucia in una direzione sola.

Catanzaro: Serie A ✓ Reggina: Serie A ✓ Crotone: Serie A ✓ Cosenza: Serie A ✗

Quattro decenni di “noi siamo superiori”. Quattro decenni di identità tribale costruita sull’avversione al rivale invece che sui propri risultati. Quattro decenni di favole consolatorie che hanno tenuto Cosenza — tifosi, dirigenza, città — lontana dalle domande scomode.

Perché mai siamo gli unici rimasti fuori? Perché non abbiamo mai costruito qualcosa di serio? Perché continuiamo ad accettare una proprietà che non funziona?

Risposta cosentina standard: “Noi abbiamo i valori.”

In una terra dove i tassi di disoccupazione toccano vette drammatiche e l’emigrazione giovanile continua a svuotare interi paesi, il calcio è diventato l’unica scappatoia capace di generare sogni e orgoglio collettivo.

È vero. Ed è umano. Ma usare quella dimensione emotiva come alibi per non guardare in faccia quarant’anni di fallimenti sportivi non è orgoglio. È provincialismo.

Stasera il Catanzaro gioca la finale per la Serie A.

Cosenza guarda. Come sempre.

I valori sono salvi.

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