C’è un fenomeno psicologico ben documentato che si chiama sindrome di Stoccolma. L’ostaggio che dopo abbastanza tempo smette di odiare il sequestratore. Che inizia a giustificarlo. Che arriva persino a difenderlo quando qualcuno propone di liberarlo. Non per amore. Per paura di cosa succederebbe senza di lui.
Il Cosenza Calcio ce l’ha da quattordici anni.
Come ci siamo arrivati
Per capire Guarascio bisogna capire cosa c’era prima di Guarascio. E la risposta è: il nulla.
Il calcio cosentino ha conosciuto una miriade di presidenti che si sono alternati lasciando quasi sempre macerie. Inchieste giudiziarie, fallimenti, radiazioni. Il presidente più longevo prima di Guarascio, Paolo Fabiano Pagliuso, si è fermato a nove anni e mezzo — stoppato da un’inchiesta giudiziaria.
Nel 2010 le inadempienze economiche e i gravi problemi finanziari portano il club al fallimento: il terzo in meno di dieci anni, dopo quelli del 2003 e del 2007. Si alternano tre presidenti nel giro di un anno
Tre fallimenti in sette anni. L’imprenditoria cosentina a guardare. La società civile a fare la voce grossa sugli spalti. E nessuno — nessuno — che si facesse avanti con un progetto serio.
Fu il sindaco Mario Occhiuto, nell’estate del 2011, a convincere Guarascio a rilevare la società. Il calcio non era nei radar di Guarascio. Ma il sindaco aveva bisogno di qualcuno. Chiunque.
Chiunque. Questa è la parola chiave. Non il migliore. Non il più visionario. Il primo che si presentava con i soldi in mano in una città che aveva già bruciato tre presidenti in sette anni.
Guarascio: i numeri di un’era
Con Guarascio la società conosce una stabilità economica senza precedenti. Il bilancio si regge sulle sponsorizzazioni e gli incassi della Lega. L’acquisto più costoso in quattordici anni di gestione: 600.000 euro. Il Quotidiano del Sud
Seicento mila euro. Per una città che vuole la Serie A.
Per capire la proporzione: il Catanzaro, che la Serie A sta andando a giocarsi, ha investito cifre multiple in un solo mercato. Il Crotone, partito dalla Seconda Categoria, ha costruito una squadra che è arrivata in Serie A con investimenti mirati e una visione industriale del calcio.
Cosenza ha comprato il difensore bulgaro più economico disponibile sul mercato dell’Est Europa.
Il presidente è contestatissimo da molti tifosi che lo accusano di arroganza, incompetenza calcistica e taccagneria. Eppure in 14 anni ha conquistato risultati che, fortunosamente o meno, hanno tenuto il Cosenza a galla: cinque anni consecutivi in Serie B, due salvezze ai playout e un ripescaggio nel 2021 grazie al fallimento del Chievo Verona.
Salvato dal fallimento altrui. È il simbolo perfetto di una gestione che sopravvive agli eventi invece di costruirli.
La sindrome di Stoccolma
E qui arriva il punto più interessante. Più doloroso.
Ogni volta che si parla di cessione, la tifoseria si divide. C’è chi urla “vattene” e chi sussurra “meglio il diavolo che conosci.” C’è chi diserta il Marulla per protesta e chi teme che senza Guarascio arrivi qualcosa di peggio. C’è chi ha imparato a convivere con la mediocrità invece di combatterla.
È la sindrome di Stoccolma applicata al calcio. L’ostaggio che dopo abbastanza tempo inizia a identificarsi con il problema invece di cercare la soluzione.
In un incontro storico tra Guarascio, istituzioni, tifosi e imprenditori, lo stesso Guarascio ha ammesso: “Accetto tutte le critiche. Stasera mi sto rendendo conto che in 14 anni non ho fatto nulla.”
Almeno su questo è stato onesto.
Gli altri si fanno avanti. Tardi, come sempre.
Solo adesso, dopo la retrocessione in Serie C, dopo la curva deserta, dopo che la situazione è diventata un caso politico, il sindaco Caruso ha rivelato che il Gruppo Citrigno ha espresso interesse ad acquisire il Cosenza Calcio.
Anche Vincenzo Rota, titolare del Salumificio San Vincenzo, si è detto interessato insieme a una cordata di imprenditori. Il progetto prevede solidità societaria e valorizzazione del settore giovanile. Il Sole 24 ORE
Benvenuti. Peccato che ci abbiate messo quattordici anni.
Perché la domanda vera non è perché Guarascio non se ne va. La domanda vera è: dove eravate voi nel 2003, nel 2007, nel 2010 quando il Cosenza falliva per la terza volta? Dove erano gli imprenditori cosentini quando il sindaco cercava disperatamente qualcuno — chiunque — disposto a salvare la società?
Stavano aspettando il momento giusto. Come sempre.
La diagnosi finale
Guarascio non è il problema di Cosenza. Guarascio è il risultato di una città che non ha mai voluto fare i conti con il proprio sistema di potere, con la propria imprenditoria autoreferenziale, con la propria incapacità di costruire progetti sportivi seri.
Prima di Guarascio, il Cosenza aveva conosciuto una sequenza di presidenti che si alternavano lasciando fallimenti. Il calcio cosentino era una terra bruciata. Lui ci ha costruito sopra una casa modesta, mal arredata, con i muri umidi. Ma una casa.
Il problema è che adesso nessuno vuole uscire.
Non Guarascio, che non molla nonostante tutto.
Non i potenziali acquirenti, che avanzano proposte timide e aspettano che l’altro faccia il primo passo.
E in fondo — ed è questo il punto più scomodo — nemmeno una parte della tifoseria, che contesta ma teme il vuoto più della mediocrità.
Questa è la vera sindrome di Stoccolma del calcio italiano. Non l’amore per il sequestratore. La paura della libertà.
Nel frattempo il Catanzaro gioca la finale per la Serie A.
E Cosenza aspetta ancora il momento giusto.

