COSENZA — Ci sono cose che il calcio moderno fatica a capire. Una di queste è che esistono piazze dove il tifo non è una conseguenza dei risultati. Non è un termometro della classifica. Non è qualcosa che si accende quando vince la squadra e si spegne quando perde.
Cosenza è una di queste piazze.
Il movimento ultras della città calabrese affonda le radici in qualcosa che sta molto al di là di una promozione in Serie B, di un presidente che vuole vendere o non vuole vendere, di una trattativa che si apre e si chiude sui giornali. Le radici stanno nella strada. Nelle piazze. Nei quartieri. In anni di presenza, di cori, di trasferte, di appartenenza costruita mattone su mattone, molto prima che qualcuno si sedesse su una poltrona presidenziale e molto dopo che quella poltrona sarà vuota.
“Noi siamo e resteremo gli ultras che vivono lo stadio, le strade, le piazze.”
Quello che Guarascio non ha capito. La presidenza ha gestito il rapporto con il tifo come se si trattasse di un problema di ordine pubblico o, nei momenti migliori, di una variabile da accontentare con qualche dichiarazione stampa. Ha ignorato — sistematicamente — che stava parlando con persone che quella maglia la portano addosso nella vita, non solo la domenica pomeriggio.
La contestazione degli ultras non nasce dalla classifica. Nasce da anni di comunicazione assente, di promesse disattese, di una distanza tra la società e la città che ha finito per sembrare, più che trascuratezza, un atto deliberato. Una scelta. Trattare Cosenza come una sede, non come una casa.
E la Scalise? Stessa storia. Stessa indifferenza istituzionale verso chi abita davvero quelle curve, chi le ha costruite con la propria presenza settimana dopo settimana, chi ha mantenuto viva una tradizione ultras in un momento in cui il calcio italiano faceva di tutto per sterilizzarla.
La Serie B non è il punto. Sia chiaro: una promozione farebbe piacere. Nessuno nega che vincere sia meglio che perdere. Ma la Serie B non è la ragione per cui il movimento ultras di Cosenza esiste. Non lo era prima, non lo è adesso.
Esistono città dove il tifo sopravvive alla retrocessione, alla crisi, al cambio di proprietà, al cambio di stadio, al cambio di tutto. Cosenza è una di queste. Il campo è il teatro. Ma la storia si scrive altrove — nelle strade, nelle piazze, nei rapporti umani che si costruiscono intorno a una passione condivisa.
Quella storia non appartiene a Guarascio. Non apparterrà al prossimo presidente. Appartiene a chi c’era, a chi c’è, e a chi ci sarà.
Il paradosso finale. C’è qualcosa di grottesco nel fatto che una presidenza percepita come estranea alla città stia usando i risultati sportivi come leva per alzare il prezzo della propria uscita. Che il valore crescente della rosa — stimato intorno agli 8,5 milioni di euro — diventi lo scudo dietro cui si nasconde uno stallo che dura da mesi. Che ogni vittoria, invece di avvicinare il cambiamento, lo allontani.
Ma anche questo, alla fine, è temporaneo.
I presidenti arrivano e vanno. Le trattative si aprono e si chiudono. Le categorie salgono e scendono.
Gli ultras di Cosenza restano.

